“Vogliamo raccontare i drammi senza fine del Congo, una terra tormentata da gruppi armati anche di matrice islamista, depauperata dallo sfruttamento delle risorse minerarie, travolta da epidemie e da sfide che riguardano tutti noi. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo di chi da anni si occupa di questo Paese: il fotografo Marco Gualazzini e il giornalista Daniele Bellocchio.
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In un territorio dove la maggioranza delle persone vive al di sotto della soglia di povertà, quale può essere una reale fonte di reddito? La risposta a questa domanda è tanto semplice quanto inquietante. I gruppi criminali spesso sono gli unici a offrire una valida alternativa alla povertà. É vero per il nord Africa, dove spesso la “filiera” dell’immigrazione clandestina è la vera industria per interi territori, è vero per altre zone depresse e instabili del continente. Nella Repubblica Democratica del Congo ad esempio, i gruppi jihadisti sono riusciti a prosperare negli ultimi anni sfruttando una situazione di indigenza e instabilità di province quali il North Kivu e l’Ituri. Qui una miscela esplosiva fatta di continue guerre, di devastazione economica e di quasi totale assenza dello Stato ha aperto la strada allo sviluppo di diverse organizzazioni criminali, oggi considerate pericolosamente affini alla jihad e, in particolar modo, all’Isis.

La povertà alimenta la jihad

Il North Kivu è la regione più disastrata del Congo. Da anni qui si combattono guerre e conflitti. La porosità dei confini non aiuta. Nel corso degli ultimi decenni anche gruppi armati stranieri hanno potuto mettere piede, destabilizzando ulteriormente la situazione. C’è un dato più di tutti che aiuta a fotografare il contesto. A fornirlo, in un’intervista a Unimondo, è stato tempo fa Egidio Crotti, ex responsabile Unicef a Goma, il capoluogo della regione. Secondo il funzionario delle Nazioni Unite, il 71% della popolazione del North Kivu vive al di sotto della soglia di povertà. Vuol dire cioè che più di due congolesi su tre abitanti in questa provincia non hanno di che mangiare. In uno stato di latente necessità, gruppi armati di ogni tipo non hanno problemi a richiamare nuovi adepti e ad avere molta presa sulla popolazione. Lo sanno bene i gruppi islamisti emergenti. Tra questi vi è l’Adf, acronimo di Alliance Democratic Force. Entrato anni fa dalla vicina Uganda, secondo il Dipartimento di Stato Usa è una cellula a tutti gli effetti dell’Isis. Qui ha trovato terreno fertile sia per organizzare attacchi che per arricchirsi. E lo hanno potuto fare perché a centinaia di giovani è stato offerto un reddito che altrove non hanno trovato.

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CAUSALE: Reportage Congo
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L’Adf non è l’unico gruppo terrorista che è riuscito a ramificarsi nel North Kivu e nel Congo orientale. Ci sono anche i miliziani dell’Fdlr, ossia le Forze Democratiche Ruandesi. E poi ci sono un’infinità di piccoli gruppi più o meno organizzati, dediti a rapine od attacchi a scopo estorsivo. Alcuni di questi, per avere maggior presa, provano ad esporre le insegne dell’Isis. Uno spaccato dell’attuale situazione nel North Kivu, è possibile intravederlo nelle indagini sulla morte dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio. Il diplomatico è stato ucciso lo scorso febbraio non lontano da Goma, nella strada che attraversa il grande parco di Virunga. Dalle inchieste dell’Onu, da quelle del governo locale e da quelle italiane sono usciti i nomi di numerosi gruppi criminali. Adf e Fdlr sono le sigle più indiziate, ma non si esclude lo zampino di gruppi locali sconosciuti o formati occasionalmente da persone in cerca di soldi. Il coronavirus ha aggravato la situazione. Non soltanto perché la pandemia mondiale si è sovrapposta all’epidemia locale di ebola, domata soltanto a metà del 2020. Ma anche perché sotto il profilo economico ha contribuito a peggiorare l’intero contesto. Non solo più dei due terzi della popolazione vive sotto la soglia di povertà, ma si calcola che circa la metà dei giovani non ha né lavoro e né prospettive di lavoro. Il terrorismo in tal modo avrà maggiori possibilità di fare proseliti.

Uno Stato inesistente

La situazione nel North Kivu e nelle province orientali congolesi, fa sorgere anche un’altra domanda: è il terrorismo a causare instabilità oppure è l’instabilità a portare una maggior crescita dei gruppi criminali? Forse sono vere entrambe le ipotesi. Se da un lato le attività jihadiste sono favorite da economie collassate a causa dei conflitti, dall’altro la povertà poi alimenta ulteriore instabilità. Anche su questo fronte la Repubblica Democratica del Congo costituisce un drammatico esempio. Nelle province orientali di fatto lo Stato non esiste. Le uniche vere autorità militari sono costituite dai rangers dei parchi nazionali. Sono stati ad esempio i guardiani del parco del Virunga ad intervenire in soccorso del convoglio dove viaggiava l’ambasciatore Attanasio. In un contesto del genere, è difficile lottare contro le cause scatenanti della povertà e dunque della crescita dei gruppi criminali. E a sua volta, l’ascesa delle formazioni terroristiche non è destinata a favorire un’eventuale opera di riconquista del territorio da parte dello Stato congolese.

Povertà e instabilità dunque viaggiano a braccetto nello spingere in modo significativo l’emersione del terrorismo. Gli ultimi eventi e le ultime dinamiche segnalate riguardo la Repubblica Democratica del Congo lo dimostrano. Per il dipartimento di Stato degli Usa e l’agenzia Onu sui diritti umani, Congo e Mozambico sono gli Stati africani dove la jihad appare maggiormente in avanzata. Oltre all’Adf, tra le colline del North Kivu sta iniziando a ramificarsi anche l’Iscap (Islamic States’s Central African Province), nuova sigla molto temuta tra gli ambienti anti terrorismo. Non è un caso che da settembre è operativa nella regione una missione Usa volta ad addestrare le forze locali nel tentativo di contrastare i fondamentalisti.

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