L’Isis ha un marketing. Esattamente come una grossa azienda pubblicitaria ed anche se questo inizialmente può apparire paradossale, è così. Un complesso reticolato di format fatto di radio e tv, mujatweets, produzioni musicali, regie cinematografiche, editoria elettronica e videogames. Il tutto finalizzato alla diffusione della cyber jihad e al reclutamento sul web. E tra le categorie più sedotte, ovviamente, ci sono i giovani. Se non altro per quel vuoto d’identità che il terrorismo islamico cerca di sfruttare al fine di allargare i suoi consensi.

La guerra, insomma, non si svolge solamente sul campo di battagliaclassico, ma anche su internet, dando vita a quella che alcuni hanno ridefinito come una ” world wide war”. Si pensi ai siti cosiddetti “mirror”: migliaia di pagine che appaiono e scompaiono in continuazione, poggiati su server amici o su portali che, facendo finta di documentare, sostengono la causa islamista.

Un fenomeno, uno dei tanti, che contribuisce a bombardare le menti degli utenti attraverso  modalità solo apparentemente neutrali. File video, poi, postati su servizi gratuiti di upload, cancellati dai gestori solo successivamente alle segnalazioni. Un po’ sulla scia della decima massima del capitolo tre dell'” Arte della guerra” di Sun Tzu: “Chi è veramente esperto nell’arte della guerra sa vincere l’esercito nemico senza dare battaglia, prendere le sue città senza assieparle, e rovesciarne lo Stato senza operazioni prolungate”. Istanti, infinitamente piccoli, sufficienti, però, affinchè migliaia di utenti visualizzino e magari, comincino ad interessarsi all’Isis.

Poi, ovviamente ci sono i social e come scrive Bruno Ballardini nel suo ” Isis, il marketing dell’ apocalisse: ” L’Isis fa un uso orchestrato del social web, mettendo in mostra perfino i suoi successi nel reclutamento con lanci Twitter e pagine su Facebook dove le nuove reclute straniere diventano strumenti di propaganda per la guerra digitale del gruppo”. E ancora: “A distribuire sul web i file audio con i discorsi del leader dell’Isis  e di al-Baghdadi- ora però presumibilmente morto– sono al-Furqan, al Fair e poche altre sigle. Il podcast è attualmente la forma di “trasmissione radio” più utilizzata, facile da realizzare”. Ma l’Isis non si fermerebbe alla condivisione social. Se è risaputo e pacifico, infatti, che numerosi gruppi di hackers combattono sul web le iniziative mediatiche promosse dagli jihadisti- si pensi ad Anonymus, al Syrian Electronic Army, ai membri di The Jester e a quelli di Redhack, cominciano a venire fuori sospetti per cui altri gruppi di operatori informatici siano a sostegno delle sigle terroristiche. Tra questi, forse, sarà bene sottolinearlo,Lizard Squad e Caliphate Hackers.

Una vera e propria dimensione collaterale a quella del combattimento fisico. L’utilizzo di questi sottili strumenti informatici, che spesso rilevano anche in materia di manipolazione mentale, arriva sino a coinvolgere i siti di ricerca per l’anima gemella. Secondo questo sito francese, predisposto per segnalare questo genere di fenomeni, coloro che vengono reclutati, spiega Enrico Marro in questo pezzo: smettono di frequentare i vecchi amici, che vengono definiti “impuri”, non riconoscono più i membri della propria famiglia, cambiano le abitudini alimentari, abbandonano gli studi, smettono di ascoltare la musica, non guardano più la tv, non vanno al cinema per evitare immagini proibite, smettono di frequentare locali ed attività miste (uomini e donne), cambiano il loro stile di vestiario e cominciano a frequentare reti social jihadiste. E tutto questo, il marketing dell’Isis, lo ottiene anche mediante preview, reminder, video integrali, banner grafici particolarmente accattivanti, inni di guerra postati su Youtube, riviste digitali e persino videogame.

Celebre, per quest’ultimo strumento, il caso della versione modificata di Grand Theft Auto. Se il gioco originale coinvolge criminali di strada impegnati in missioni per il controllo del territorio, questa versione jihadista, vede i terroristi dover attaccare poliziotti, americani ed eserciti stranieri. La stampa egiziana- sempre secondo quanto riportato dal libro di Ballardini- dichiarò che il gioco era stato diffuso per “sollevare il morale dei mujaheddin e per la formazione dei bambini e dei giovani adolescenti a combattere l’Occidente e a seminare il terrore nei cuori dei nemici dello Stato Islamico”. Tecniche di manipolazione, propaganda online e sparatutto da console adattati alla causa della jihad. Almeno per le modalità di reclutamento, insomma, il terrorismo islamico usa tecnologie in voga nel tanto odiato Occidente. Per ultimo, ma non da ultimo, sarà importante segnalare il caso di John Cantlie. Il reporter britannico, ostaggio dell’Isis, è stato costretto a divenire il conduttore del telegiornale della propaganda del Califfato. I video che lo vedono protagonista si aprono sempre con la stessa formula: ” Salve, sono John Cantlie, il cittadino britannico abbandonato dal mio governo e prigioniero della stato islamico da quasi due anni. In questa puntata voglio rivelarvi alcune scomode verità…”. Agli occhi dei lettori, il tutto potrebbe risultare privo di significato. Eppure, Cantlie, in inglese, significa “non può mentire”. L’ennesima, quasi invisibile, tecnica di manipolazione usata dalla propaganda jihadista. 

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