A fine agosto un attentato ha di nuovo sconvolto la capitale della Somalia Mogadiscio. Il gruppo jihadista legata ad Al Qaeda Al Shabaab ha colpito il cuore del Paese africano prendendo di mira l’hotel Hayat. Da oltre 15 anni la guerriglia della formazione terroristica destabilizza la nazione del Corno d’Africa e gli insorti non solo colpiscono le principali città e i centri nevralgici del governo somalo ma, dopo anni di guerriglia, oggi amministrano anche diverse regioni, soprattutto dell’entroterra. Il caso della Somalia è eloquente per capire l’evoluzione dello jihadismo in Africa che oggi destabilizza l’intera fascia saheliana, si è infiltrato nel centro sud del continente come in Mozambico e nella Repubblica Democratica del Congo e ora mira ad espandersi verso il Golfo di Guinea, zona di traffici illeciti e punto strategico per il controllo delle attività illegali come il commercio di stupefacenti e delle armi.

La lezione dello scenario somalo

È necessario comprendere il perché del trionfo dello jihadismo in Somalia se si vuole capire come mai l’Africa oggi sia il nuovo terreno di conquista da parte dell’internazionalismo delle bandiere nere. Il motivo per cui Al Shabaab non è stato sconfitto nonostante il dispiegamento di contingenti internazionali e bombardamenti americani, lo si trova analizzando il tessuto socio politico dell’ex colonia africana. La Somalia è stato il primo di una lunga serie di stati falliti e dopo il crollo del regime di Siad Barre, la guerra dei war lords e i fallimenti degli interventi internazionali, il Paese è sprofondato in una crisi senza precedenti, a metà anni ’90, dalla quale, effettivamente, non è mai uscito.

L’assenza di uno Stato centralizzato, la mancanza di infrastrutture, la guerra cronicizzata e l’assoluta insicurezza sono tutti fattori che hanno permesso alla formazione terroristica di espandersi e sostituirsi alla stato nel garantire i servizi di base e protezione alla popolazione. Questa è in sintesi la ragione per cui in Somalia Al Shabaab è riuscita a creare una nazione nella nazione, o meglio, uno Stato là dove non esisteva lo Stato. E se a questi particolari si aggiungono la fragilità istituzionali delle nazioni africane, la disattenzione mediatica internazionale, la presenza di enormi giacimenti e ricchezze del sottosuolo, i confini porosi, la corruzione dominante, la capacità delle sigle jihadiste di inserirsi all’interno di pregressi scontri etnici e sociali, ecco che allora si può comprendere perché, dopo la sconfitta dell’ISIS in Medio Oriente e la morte dei leader storici di Al Qaeda, oggi il jihad globale vede nell’Africa una terra di conquista ed espansione.

Mali: la nuova fabbrica dello jihadismo africano

Paese centrale dello jihadismo africano è ora il Mali che, soprattutto dopo l’annunciato ritiro del contingente francese, la smobilitazione della missione internazionale Barkhane, i due colpi di stato che si sono registrati nel 2020 e nel 2021, l’arrivo dei mercenari russo del gruppo Wagner e le loro violenze sulla popolazione, sta divenendo il corrispettivo della Somalia nella parte occidentale del continente. Lo jihadismo in Mali ha origini storiche, economiche e politiche. Innanzitutto il Mali è la porta d’accesso al Sahara ed è zona di transito di armi, droga e migranti: chi controlla queste zone controlla anche le rotte illegali che qui vi passano.

Poi occorre ricordare che dopo la guerra d’Algeria diversi movimenti islamisti, orfani di una Patria, hanno visto nel Paese saheliano un possibile nuovo e sicuro rifugio. E inoltre c’è l’ annosa questione dei tuareg all’origine del fenomeno islamista maliano. Dopo la caduta di Gheddafi, molti tuareg che lavoravano come  guardie private del rais sono tornati nel loro paese con il proposito di dar vita allo stato autonomo del loro popolo: l’Azawad. E in questa loro lotta per l’indipendenza hanno trovato, come alleati, i gruppi della galassia jihadista. La guerra scoppiata nel 2012 ha fatto da propulsore alla destabilizzazione del Paese, soprattutto per quel che concerne l’area settentrionale, e si è assistito all’ascesa di gruppi come AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), MUJAO (Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale) e Ansar Dine. Oggi i gruppi maggiormente attivi sono Jamat Nusrat al-Islam wa al-Muslim (JNIM) e Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS).

Il primo è la formazione più violenta presente in Mali e non solo. È legata ad Al Qaeda, è riuscita a infiltrarsi anche nella pregressa lotta interetnica tra i pastori fulani e le comunità agricole e oggi, attraverso una spietata politica del terrore sta espandendosi e infettando sempre più anche i Paesi confinanti. Lo JNIM è penetrato in profondità anche in Burkina Faso, paese anche questo sconvolto da colpi di stato, scontri interetnici e una crisi umanitaria atroce. Dal 2019 è presente nel nord del Benin e, dal 2021, il gruppo è riuscito a creare una sua branca persino in Togo, Paese che non era mai stato toccato dallo jihadismo.

Infografica di Alberto Bellotto

Le altre frontiere: Niger, Burkina Faso

Lo Stato Islamico del Grande Sahara, legato a Daesh, è responsabile delle principali azioni in Niger e opera soprattutto lungo la frontiera nigerino maliana. Ma non solo. I terroristi del Grande Sahara, conosciuto anche come ISPS, Stato Islamico della Provincia del Sahel, operano anche in Burkina Faso e pure in Benin.

I due gruppi sono protagonisti di una vera e propria competizione per il controllo del Sahel e questo fattore li ha più volte portati a scontrarsi anche se, occasionalmente, si sono alleati contro le truppe degli esecutivi locali. La minaccia da parte di queste formazioni spaventa moltissimo le istituzioni locali e internazionali dal momento che il radicalismo salafita è sempre più liquido e incontrollabile. Le sigle presenti tra Mali e Burkina Faso sono molteplici e oggi la repressione condotta dal governo di Bamako, con l’appoggio dei mercenari della compagnia russa Wagner, è ostentata da gran parte della popolazione, soprattutto delle zone rurali, che si trova nel mezzo di uno scontro ferocie e che non risparmia i civili. I vuoti di potere, l’assenza di prospettive per i giovani, l’instabilità cronicizzata, sono tutti fattori che stanno aiutando gli jihadisti , e un esempio concreto nella regione è quanto ha fatto Boko Haram che dalla Nigeria è arrivato a creare un proprio “califfato”, nella regione del Lago Ciad approfittando della crisi ambientale, dell’assenza di ogni mezzo di sufficienza e della disperazione dei popoli che abitano quello che fu il quarto lago più grande del continente africano.

La guerra che dilania la Nigeria

Sono più di 10 anni ormai che il nord della Nigeria è infettato da una guerra estremamente cruenta tra la formazione islamista Boko Haram e le forze di Abuja. Il conflitto ad oggi ha provocato la morte di oltre 350mila persone e ha condannato il nord del Paese a una situazione di crisi umanitaria senza soluzione di continuità. Nonostante le sconfitte sui campi di battaglia, il cambio dei leader, le morti delle guide storiche Mohamed Youssuf e del suo successore Shekau, il gruppo continua a tenere sotto controllo ampie porzioni della foresta di Sambisa e inoltre, da quando si è verificato una scissione interna ed è nato l’ISWAP (La Provincia dello Stato Islamico in Africa Orientale), la regione del lago Ciad è divenuta il fortilizio delle bandiere nere legate a Daesh che qui hanno creato un vero e proprio stato con addirittura un sistema di tassazione per garantire i servizi basici alla popolazione.

La potenza militare del gruppo, in oltre un decennio di guerriglia, si è affinata e in più larghe fette della popolazione supportano i terroristi. Il controllo del territorio, la capacità militare e il supporto della popolazione sono tre fattori chiave per comprendere come mai, negli anni, lo jihadismo, troppo spesso raccontato come una minaccia, sia divenuto invece una vera e propria realtà che ha raggiunto il suo scopo: creare uno stato islamico. Nel Sahel i gruppi salafiti, in alcune aree, sono riusciti a ottenere la vittoria che volevano, in altre invece stanno facendo di tutto per conquistarla e una oggi delle regioni nel mirino dei gruppi jihadisti africani è il Golfo di Guinea.

L‘anno scorso il capo della DSGE, i servizi segreti francesi, Bernard Emié, aveva mostrato durante una conferenza stampa un video che ritraeva quattro dei principali leader qaedisti che operano nel Sahel mentre rivelavano i loro piani futuri: espandere lo jihadismo nel Golfo di Guinea. Il motivo? Sia avere un retroterra sicuro dove ripiegare dalle infuocate sabbie saheliane, ma soprattutto controllare la porta d’ingresso di ogni merce nel continente africano. Infiltrazioni islamiste in Benin sono comprovate, in Togo pure, in Costa d’Avorio si sono già registrati attacchi. In sostanza, lo jihadismo in Africa si è già assicurato buona parte dell’uscita principale, il Sahel, attraverso cui vengono trafficati in direzione delle coste mediterranee uomini, armi e droga, ora, l’obiettivo è l’ingresso principale dell’Africa: il Golfo di Guinea. E quindi la posta in palio è ulteriormente aumentata e i Paesi africani e la comunità internazionale non hanno scelte: vietato ripetere gli stessi errori commessi nel Sahel.

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