Parigi ha rimpatriato cinque bambini, figli di combattenti francesi partiti alla volta del Califfato, pur mantenendo il pugno di ferro sulla questione del ritorno a casa dei foreign fighters adulti e delle loro mogli.

Dopo essere stati prelevati dai centri di detenzione curdi nel nord della Siria, i minori – orfani o non accompagnati – sono tornati in patria a bordo di un aereo dell’aeronautica militare. In Francia, saranno sottoposti ad accertamenti medici e psicologici.

L’apertura nei confronti dei minori dello Stato islamico, tuttavia, sembrerebbe non alterare in alcun modo la posizione dell’Eliseo sui foreign fighters. Il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, ha recentemente ribadito che “i cittadini francesi – combattenti jihadisti dell’Isis – devono essere processati all’interno del territorio nel quale hanno commesso i crimini”, e questo per ragioni di “giustizia e sicurezza”.

La Francia e i foreign fighters

La questione dei foreign fighters è prioritaria per Parigi. Secondo i dati diffusi dal Parlamento europeo, 1.910 persone sarebbero partite alla volta della Siria. Di queste, 225  – pari al 12 per cento – sarebbero già rientrate in Francia, mentre altri 130 cittadini francesi sarebbero ancora detenuti all’interno delle carceri curde.

La Francia sta perseguendo una politica rigorosa nei confronti dei foreign fighters, rifiutandone, senza appello, il ritorno in patria. Alla fine di febbraio, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha concordato con il proprio omologo iracheno, Barham Salih, il trasferimento di 13 foreign fighters dai campi curdi a Baghdad, affinché vengano processati secondo le leggi del Paese mediorientale.

Una decisione forte, che potrebbe comportare anche il ricorso alla pena di morte. Infatti, come ha recentemente chiarito Salih, “i foreign fighters coinvolti in casi di terrorismo sul suolo iracheno o contro cittadini iracheni sono soggetti alla legge irachena”, la quale – ha precisato a scanso di equivoci – potrebbe comportare la pena di morte per i terroristi, così come previsto dalle norme in vigore.

La posizione della Francia è identica anche per le c.d. mogli dell’Isis. Inizialmente considerate utili soltanto a crescere la nuova generazione di jihadisti, secondo i principi dell’Islam radicale, a partire dalla battaglia per la liberazione di Mosul (ottobre 2016), esse sono state coinvolte nel conflitto con ruoli attivi.

Un cambiamento strategico per l’Isis, una nuova minaccia per l’Europa. In altri contesti, sarebbe stato normale considerare le donne come le prime a venire rimpatriate. Non nel post-Isis, dove potrebbero rappresentare un’arma fondamentale e diffusa al servizio dell’organizzazione terroristica.

I “figli dell’Isis”

La decisione di rimpatriare i bambini dell’Isis, dunque, non è un’eccezione di poco conto nella politica dell’Eliseo. In Francia, i parenti dei minori hanno più volte chiesto il loro rientro, definendolo un imperativo umanitario, considerato che la loro presenza sul territorio dell’ex califfato non può derivare da una loro libera scelta.

Da parte sua, Parigi ha espresso la volontà di valutare il rimpatrio dei bambini “caso per caso”, chiarendo fin da subito che il destino delle loro madri non potrà essere comune a quello dei figli.

Secondo l’organizzazione internazionale Save the Children, al momento, più di 2.500 minori, di cui 38 non accompagnati, provenienti da almeno 30 Paesi, si troverebbero nei tre campi profughi allestiti nel nord-est della Siria – ad Al-Hol, Ain Issa e Roj -.Anche l’International Centre for the Study of Radicalisation (Icsr) parla di almeno 3.704 bambini stranieri – di cui 460 cittadini francesi – portati nei territori del califfato.

A questo dato si deve aggiungere quello dei bambini nati nel Siraq, circa 730, di 19 diverse nazionalità, che non hanno documenti di identità validi nei Paesi di origine dei loro genitori. Inoltre, spesso gli Stati in cui si trovano non hanno relazioni diplomatiche con tali Paesi e questo rende il loro ritorno ancora più tortuoso.

A ciò si aggiunga che, all’interno del califfato, molti bambini sopra i 9 anni hanno ricevuto un addestramento militare e un profondo indottrinamento. La valutazione di quale tipo di “minaccia” possano rappresentare per i Paesi di origine è una sfida europea di lungo termine.

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