Lo Stato islamico non c’è più. Quell’autoproclamato califfato che, con le sue bandiere nere, alla fine del 2015 si estende dalla periferia di Damasco fino a quella di Baghdad, dopo la caduta di Baghouz è definitivamente messo in soffitta tra gli scatoloni più spinosi della storia recente. Questo, come spiegato anche più volte, non comporta la fine dell’Isis di cui anzi bisogna temere la recrudescenza derivante dal possibile ritorno di molti foreign fighter in Europa. Pur tuttavia, così come per ogni ciclo storico che si chiude a seguito di sconfitte militari, non si può adesso non immaginare un ciclo di processi volti a consegnare alla giustizia prigionieri e tutti coloro che in questi anni combattono sotto le insegne di un califfato oramai estinto.

Una “Norimberga” per lo Stato islamico?
Autoproclamato, senza una precisa identità territoriale e retto dalla più becera follia jihadista, lo Stato Islamico è tutto questo ma si tratta pur sempre di un territorio amministrato come una vera e propria nazione e, come tale, occorre adesso processare chi risulta avere ruoli di comando all’interno di essa. A partire certamente da Abu Bakr Al Baghdadi, l’autonominato califfo, colui che a Mosul nel giugno del 2014 lancia pubblicamente il proclama della nascita dello Stato Islamico. Oggetto del mistero, Al Baghdadi più volte viene dato per morto sia da iracheni, che da siriani, così come da russi ed americani. L’ultimo suo messaggio audio è del settembre 2017, ma si hanno notizie di lui fino ai mesi recenti quando a Baghouz avrebbe subito un tentativo di “colpo di Stato” interno ai vertici dell’Isis.

Ma oltre ad Al Baghdadi, vi è una moltitudine di generali, comandanti e semplici jihadisti spesso provenienti da Africa ed Europa, che dal 2014 fino a pochi giorni fa risultano affiliati alla causa dello Stato islamico. Tanti sono stati uccisi, di altri non si ha ancora traccia e qui consiste il timore soprattutto per il ritorno dei foreign fighter in Europa. Ma centinaia risultano invece catturati e fatti prigionieri. Essendo di diverse nazionalità, si avanza da più parti l’ipotesi di effettuare dei procedimenti giudiziari internazionali contro di essi. Non proprio un tribunale internazionale come nei casi dei crimini durante le guerre nell’ex Jugoslavia, ma un coordinamento tra i paesi interessati per processare chi in cinque anni di terrore regge le fila dello Stato Islamico.

La difficoltà di creare processi unitari contro lo Stato islamico
Non mancano però problemi sotto questo fronte. Processare internazionalmente chi si macchia di crimini sotto le insegne del califfato non è semplice per diversi motivi. Nonostante la potenziale convenienza per diversi paesi occidentali, che di propri cittadini nelle carceri siriane od irachene non sanno cosa farsene, sono molteplici le difficoltà insite nella formulazione di unitari giudizi contro i membri del califfato. In primo luogo, gli eventi si svolgono su più fronti ed i crimini vengono perpetuati dal 2014 al 2019 in sue diversi Stati, Siria ed Iraq. Si potrebbe pensare ad un accordo politico, non tanto improbabile visti i buoni rapporti tra Damasco e Baghdad, volto alla divisione dei prigionieri ed a creare comuni basi processuali. In tal modo l’effetto simbolico avrebbe una discreta portata anche mediatica: Siria ed Iraq, dopo aver vissuto la piaga della presenza dello Stato Islamico nei propri territori, si mostrerebbero uniti nel processare i protagonisti di quella terribile stagione da poco conclusa.

Ma non tutto in realtà è così semplice, a partire da un oggettivo elemento di difficoltà: la Siria è un paese attualmente in guerra, il suo territorio non è ancora riunificato sotto le insegne del governo di Damasco. La lotta al califfato dal 2014 in poi viene scolta sia dai soldati rimasti fedeli al presidente Assad, sia dai filo curdi della coalizione Sdf. Una parte dei prigionieri si trova nelle carceri del governo siriano, un’altra parte è in mano ai curdi. Anche se esercito di Damasco ed Sdf dialogano alla ricerca di un accordo per il dopoguerra, al momento rimangono due distinte entità che controllano pezzi diversi e differenti della Siria. E non sembrano esserci le condizioni per un’intesa sui prigionieri.

Stessa situazione, seppur in maniera meno accentuata, in Iraq. Qui una parte dei miliziani al servizio dello Stato Islamico è in mano ai curdi che con i loro peshmerga, a partire dall’estate 2014, iniziano a combattere contro l’Isis nel nord del paese. Quasi cinquemila combattenti del califfato sono invece nelle carceri federali gestite dal governo di Baghdad.

Vi è poi un altro problema non indifferente. Come detto, i prigionieri catturati durante la guerra contro lo Stato Islamico hanno nazionalità diverse: tunisini, francesi, libici, tedeschi, russi, persino cinesi e di tanti altri paesi sia della regione che d’Europa. Questo rappresenta forse l’elemento che rende a maggior ragione convenienti i processi internazionali, ma anche l’ostacolo più importante per il loro svolgimento. Sotto questo fronte qualcosa inizia a muoversi con la Francia, la quale accorda all’Iraq il processo contro 58 propri cittadini foreig fighter. Ma il problema, in termini numerici e politici, è ancora più complesso.

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