Il 26 agosto dell’anno scorso, l’ultimo aereo occidentale è partito dall’aeroporto di Kabul. Immagini drammatiche, che molti hanno paragonato all’addio americano al Vietnam. Suggestioni, per il momento, anche se con basi solide. Sarà la storia, che ha dei tempi tutti suoi, a dire se davvero l’Afghanistan è stata l’ultima disfatta di Washington.

A terra, però, sono rimasti in tanti, nonostante gli sforzi occidentali di salvare più persone possibile. Chi, dopo aver collaborato per anni con le nostre forze armate, si trova ancora in Afghanistan è costretto a nascondersi dai talebani. Ahmad, per esempio, racconta: “Continuano a molestarmi. Lo fanno con regolarità. Per me sarà molto difficile rimanere in uno stesso nascondiglio per più di una notte al mese”. I gruppi WhatsApp dei “left behind”, coloro che sono stati abbandonati, sono sempre più vuoti. Inizialmente, si chiedevano spesso novità. Si chiedeva se qualcuno era stato chiamato o meno dall’Italia. Poi la speranza ha ceduto il passo allo scoramento. “Nessuna novità” è la risposta più frequente a chi chiede aggiornamenti. Tutto è rimasto come prima. C’è chi, per sentirsi più sicuro, è scappato in Iran ma non ha più soldi per vivere.

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CAUSALE: Reportage Afghanistan
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Come Sayed: “Nessuno mi fa sapere niente. Perché l’Italia ha smesso di aiutarci?”. Per far capire che aria tiri ora in Afghanistan, invia un video in cui si vedono i talebani picchiare chi ha “osato” mangiare durante il Ramadan. Come può tornare indietro? “Ho studiato la vostra lingua di giorno e di notte. Ho lavorato gomito a gomito con i vostri soldati. Ma ora penso che è stato tutto inutile perché, ora che sono io ad avere bisogno, non mi danno una mano. Sto provando a sentire anche altre ambasciate. Non nutro più alcuna speranza nei confronti dell’Italia”. Un altro collaboratore che si trova in Iran scrive: “Le condizioni di lavoro sono pessime, così come il costo della vita. Chiedo al governo italiano che faccia qualcosa per il mio visto e per quello della mia famiglia in modo da poter sfuggire a questa situazione e dare un futuro degno di questo nome a mio figlio. Grazie alle mie competenze potrei collaborare con le istituzioni italiane”.

Le tempistiche sono lunghissime. “Sono arrivato in Iran ad aprile e ho inviato tutti i miei documenti al ministero della Difesa e a quello degli Esteri. Nei primi giorni di giugno, una dipendente della Difesa mi ha contatto per dirmi che ha inviato la mia lista all’ambasciata e al dipartimento consolare italiano a Teheran. È passato più di un mese ma né l’ambasciata né il consolato mi hanno contattato per un colloquio per il visto”.

Tutti appelli caduti nel vuoto, nonostante gli sforzi del Covi, il Comando operativo di vertice interforze, di tenere i contatti con i rimasti. La burocrazia italiana è lunga. E il tempo poco. Così come la speranza di chi, dopo aver servito al fianco del nostro esercito, si sente abbandonato. E, forse, ha pure ragione.

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