Gli estremisti islamici chiamano in aiuto gli Stati Uniti e il Dipartimento di Stato risponde, almeno per quanto riguarda Idlib, per il momento. A inizio febbraio infatti il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, aveva espresso solidarietà nei confronti della Turchia in seguito alla morte di cinque soldati di Ankara, colpiti durante un bombardamento dell’esercito governativo siriano sulle postazioni dei jihadisti. Pompeo aveva fatto riferimento all’appartenenza della Turchia alla Nato e aveva anche puntato il dito contro Russia e Siria, accusati di “ostacolare il cessate il fuoco”.

Nel frattempo Ankara chiedeva a Washington di lanciare dei pattugliamenti aerei in sostegno alle operazioni militari turche su Idlib e di posizionare delle installazioni di missili “Patriot” per contrastare possibili attacchi aerei siriani e russi. Il sito Middle East Eye ha poi reso noto che Ankara starebbe aspettando una risposta dalla Nato in seguito alla richiesta di maggior supporto alle proprie difese aeree.

Pronta la risposta da Washington, con l’inviato speciale per la Siria, James Jeffrey che, in riferimento ai gruppi jihadisti attivi a Idlib come i qaedisti di Hayyat Tahrir al-Sham (ex Jabhat al-Nusra), ha affermato: “non è più proprio un’organizzazione terrorista e sotto alcuni aspetti ci si può anche dialogare”.

Dichiarazioni definite “inaccettabili” da Mosca, come riferito dal ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov: “Sia il Fronte al-Nusra e sia il gruppo Hayyat Tahrir al Sham sono ufficialmente inclusi nelle liste delle organizzazioni terroristiche del Consiglio di sicurezza dell’Onu e anche in quelle degli Stati Uniti. Tuttavia, non è la prima volta che dei delegati ufficiali di Washington, incluso il rappresentante speciale degli Stati Uniti per la Siria, James Jeffrey, hanno rilasciato delle dichiarazioni che suggeriscono di considerare Hayyat Tahrir al-Sham come un’organizzazione non terroristica”.

I rapporti di Washington

Nel frattempo a Washington si muovono anche le associazioni come il Council on American–Islamic Relations (Cair), già nota per essere stata indicata come legata ai Fratelli Musulmani da diversi studiosi e siti come The Investigative Project on Terrorism” e il “Center for Security Policies che indicava legami con Hamas. Accuse che il Cair ha sempre respinto e bollato come “islamofobiche”. 

Un aspetto interessante riguarda il fatto che, per sollecitare il governo statunitense a reagire contro l’avanzata siriana verso Idlib e affinché finiscano i bombardamenti russo-siriani “sulla popolazione civile”, si sono mossi il direttore del Cair, Nihad Awad e Zaher Sahloul, a capo della charity “MedGlobal”, secondo cui Putin starebbe “bombardando ospedali siriani e bambini”.

Curiosamente, Awad e Sahloul erano presenti anche a un incontro presso la Casa Bianca nell’ottobre del 2015 per protestare contro l’intervento militare russo in Siria, avviato nel settembre 2015, che ha poi di fatto portato alla disfatta dell’Isis e dei vari gruppi jihadisti operanti sul territorio. Il tutto è documentato in un pezzo del Global Muslim Brotherhood Watch, sito che si occupa di monitorare l’attività dei Fratelli Musulmani a livello globale. Anche all’epoca i rappresentanti islamici avevano accusato i russi di bombardare civili ed infrastrutture e avevano criticato l’approccio di Mosca, sostenendo che avrebbe, tra le varie cose,  “fatto il gioco dell’Isis” e “causato più terrorismo”; fatti che puntualmente non si sono verificati. E’ inoltre bene ricordare che nel 1994 Awad veniva filmato a una conferenza mentre dichiarava il proprio sostegno a Hamas.

Non è certo la prima volta che emergono rapporti tra Washington e ambienti islamisti. Nel gennaio del 2015 il Dipartimento di Stato americano ospitava infatti una delegazione di membri della Fratellanza Musulmana egiziana tra cui Walid Shaaraby (membro dell’Egyptian Revolutionary Council e del “judges for Egypt” e rimosso dal proprio incarico in Egitto nel gennaio 2014 per legami con i Fratelli Musulmani), Gamal Heshmat (ex parlamentare dei Fratelli Musulmani egiziani, apparso in foto assieme al leader di Hamas, Khaled Meeshal), Abel Magwood al-Dardary (ex membro del Comitato per le Relazioni Estere del partito egiziano Fjp, legato ai Fratelli Musulmani) e Maha Azzam (presidente del Consiglio Rivoluzionario Egiziano, attivo contro il governo al-Sisi).

È bene poi ricordare l’ex ambasciatrice statunitense al Cairo, Anne Patterson, costretta a fuggire in seguito alle proteste contro il governo islamista e contro l’amministrazione Obama (accusata di sostenere gli islamisti). Patterson verrà poi fotografata a un evento mentre con la mano fa il gesto delle quattro dita di piazza Rabaa al-Adawiyya, divenuto simbolo della “resistenza” dei Fratelli Musulmani egiziani.

La speranza dei gruppi di pressione islamisti è quella di far sentire la propria voce e di spingere Washington ad intervenire in Siria contro le forze governative appoggiate da Mosca. Un’eventualità alquanto improbabile, non soltanto perché il sostegno agli islamisti, in seguito all’arrivo di Trump alla Casa Bianca, è ampiamente diminuito e, se non intervenne neanche Obama, difficile credere che lo farà Trump a pochi mesi dalle elezioni. In secondo luogo, è bene tener presente che Washington non sembra molto interessata a quanto sta accadendo a Idlib e gli analisti statunitensi sono consapevoli che plausibilmente la città tornerà a breve sotto il controllo di Damasco, salvo improbabili colpi di scena. Bisogna poi tener presente che a Washington sono molto più interessati a quanto succede a est, Cina in primis, e non certo alla Siria, considerata zona sotto il controllo di Mosca.

La questione Libia

Intanto gli islamisti provano a cercare il sostegno di Washington anche in Libia, con il ministro degli Interni di Tripoli, Fathi Bishaga, che invita ufficialmente gli Usa ad aprire una base militare nel Paese. L’invito è arrivato dopo che l’amministrazione Trump ha reso noto di voler ridisegnare il posizionamento delle basi statunitensi all’estero, Africa inclusa.

Nell’offerta di Bishaga è possibile vedere, in primis, le esigenze di un esecutivo in difficoltà davanti all’avanzata del generale Haftar, un esecutivo formalmente guidato da Fayez al-Serraj, ma di fatto controllato dalle varie milizie. In secondo luogo è però visibile la lunga mano di Recep Tayyip Erdogan, visto che l’esecutivo di Tripoli è attualmente soprattutto un governo-fantoccio di Ankara. La Turchia ha infatti investito in truppe, consiglieri militari, rifornimento di armamenti ed ha persino “traslocato” in Libia centinaia di jihadisti dalla zona di Idlib, pagandoli 2 mila dollari al mese e promettendo loro la cittadinanza turca a fine campagna militare.

E’ chiaro che ora Tripoli, forse su consiglio di Ankara, sta cercando di legittimarsi agli occhi di Washington come partner in chiave anti Haftar e dunque anti-Russia. Le similitudini tra le richieste di Ankara per Idlib e quelle di Bishaga sulla Libia sono evidenti, ma le possibilità che Washington si dimostri interessata all’invito sono piuttosto remote.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.