Tutto il mondo è travolto dall’emergenza coronavirus, dagli Stati Uniti passando per l’Europa e arrivando sino in Oriente, l’intero pianeta sta affrontando l’emergenza dettata dal virus Sars-cov2. Le certezze e il sistema di sempre tremano sui loro stessi cardini, le notizie sono tutte canalizzate nel raccontare la pandemia ma, in questo contesto, chi non ha fermato le proprie attività, chi non ha sventolato una bandiera bianca e sospeso le proprie azioni terroristiche è la galassia dell’internazionalismo jihadista.

Nel continente africano, dove giorno dopo giorno aumenta il numero dei positivi e dei decessi e si tema che l’infezione nelle grandi metropoli e negli slums possa proliferare, complice anche un sistema sanitario fragile, intanto si assiste a una sequela di attacchi e azioni sanguinarie a macchia di leopardo da parte delle bandiere nere delle sigle del terrorismo salafita.

In Ciad, nelle ultime ore si sta registrando un’escalation del conflitto come da tempo non si vedeva. Il 23 marzo un commando di Boko Haram operante nella regione del Lago Ciad, ha assaltato una base dell’esercito regolare ciadiano a Boma. L’assalto è durato sette ore e il bilancio finale è stato di 92 soldati governativi uccisi. Ma la ferocia jihadista nella regione non si è arresta, perchè tre giorni dopo l’ISwap (Islamic State Western Africa Province), il gruppo di fuoriusciti dalla setta islamista nigeriana che ha giurato fedeltà al Califfato e ha installato la sua roccaforte proprio nel bacino del lago saheliano, ha colpito, nel nordest della Nigeria, un convoglio dell’esercito federale che trasportava armi e munizioni uccidendo nell’imboscata oltre 50 soldati di Abuja.

Azioni militari a cui ha fatto seguito una reazione dura da parte delle forze di Abuja e N’Djamena. L’esecutivo di Idriss Deby ha infatti dichiarato la regione del Lago Ciad zona di guerra e il Ministro della Difesa ciadiano Mahamat Abi Salah ha ufficializzato il lancio dell’operazione ”Furia di Boma” che vede schierati e impegnati nell’area cinque reggimenti, ma non solo in Ciad anche nei confinanti Niger e Nigeria. La guerra contro le forze islamiste è entrata in una nuova fase, quella dello scontro aperto e della lotta senza quartiere e le truppe dei contingenti nigeriani e nigerini che fanno parte della Forza Multinazionale Mista hanno annunciato l’uccisione in questi giorni di una delle figure di spicco dei vertici di Boko Haram: Ibrahim Bakoura, uno dei veterani dell’organizzazione e delfino di Abubakar Shekau.

Ma se da un lato le autorità africane riportano i bilanci delle operazioni militari, dall’altro lato tacciono però su quelle che sono le conseguenze che questo acuirsi del conflitto ha sulla popolazione civile. La regione del bacino lacustre è una delle aree dove è in corso la più complessa crisi umanitaria dei nostri giorni: desertificazione, mancanza di ogni bene di prima necessità, assenza di infrastrutture e oltre due milioni di sfollati. Il timore è quindi che in questo momento lo stato di crisi potrebbe esasperarsi ulteriormente e visto che la situazione era già precaria prima dell’emergenza coronavirus ora come non mai le conseguenze di una guerra di campo nella regione potrebbero essere catastrofiche per la popolazione che già prima di questo ondata di violenze vessava in uno stato di precarietà assoluta.

La regione del Lago Ciad non è pero la sola zona dell’Africa ad essere travolta in queste ore dalla furia delle bandiere nere. Anche in Mozambico si sta assistendo a una recrudescenza delle azioni del gruppo islamista Al Shabaab. La formazione che ha lo stesso nome del gruppo qaedista somalo e sulla cui natura e identità aleggiano ancora molte ombre è salita alla ribalta delle cronache nel 2017. Il gruppo islamista mozambicano in questi anni si è fatto conoscere per sporadiche incursioni a piccoli villaggi della regione di Cabo Delgado, a fine marzo però le bandiere nere dell’Africa australe hanno dimostrato un cambio di rotta e dato prova di un potenziamento della propria strategia e delle proprie risorse attaccando la città di Mocimboa da Praia sia da terra che dal mare, hanno distrutto diverse infrastrutture, hanno assaltato una prigione locale liberando alcuni militanti che vi erano incarcerati e poi hanno rapinato banche ed uffici.

Un attacco che stando a quanto ha dichiarato l’analista Jasmine Opperman al The New Umanitarian, rivela un potenziamento dell’organizzazione, la donna si è infatti così espressa: ”Ciò che è chiaro è che gli insorti hanno notevolmente migliorato le loro capacità in termini di organizzazione e tattiche. È stato oltrepassato un limite importante.” Al momento il conflitto nel paese affacciato sull’ Oceano Indiano ha già provocato l’esodo di 100mila persone e ora come non mai si teme che un aumento degli sfollati e un rafforzamento del gruppo terroristico, sommati al dilagare dall’infezione del covid-19, possano far precipitare il Mozambico in uno situazione di grave crisi umanitaria.

Se in Africa le formazioni jihadiste in questo momento stanno sferrando attacchi e impegnando in uno scontro aperto le forze armate dei paesi africani intanto le due più grandi sigle dell’internazionalismo islamista, Isis e Al Qaeda, plaudono al Coronavirus e lanciano appelli video mirati al reclutamento di nuovi mujaheddin. L’emittente Abc ha fatto sapere che sia l’Isis che Al-Qaeda hanno entrambi affermato che il coronavirus è un “soldato di Allah” e al-Naba, l’organo di stampa ufficiale del sedicente Stato Islamico ha dichiarato che l’impatto della pandemia ha ucciso più americani che l’attacco dell’11 settembre e ciò rivela che gli Usa non sono la potenza invincibile che si pensava che fosse.

Dichiarazioni pericolose che mettono ulteriormente a nudo la crudeltà e il cinismo dei gruppi islamisti che non si fanno scrupoli nello strumentalizzare, a fini di propaganda e proselitismo, anche una pandemia come quella del coronavirus che sta travolgendo e mietendo vittime in tutto il mondo.

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