Negli ultimi mesi, in concomitanza con l’emergenza sanitaria globale causata dal Covid-19 e i rispettivi lock-down, parziali o totali e messi in atto nei vari Paesi, in molti tra giornalisti e analisti si sono chiesti se la pandemia potesse essere in qualche modo sfruttata a proprio vantaggio dai vari gruppi jihadisti ed eventualmente con quali modalità. Dibattiti e riflessioni sono risultati prevalentemente speculativi e basati sull’ipotetico, visto che nei fatti, almeno per quanto riguarda l’Europa, si è registrato un evidente calo degli attacchi nel periodo che va da marzo a luglio 2020, con appena quattro casi, due in Francia e due in Gran Bretagna, per mano di soggetti attivatisi in proprio (i cosiddetti “lone wolves”).  Tra questi, l’attacco di Reading del 20 giugno per mano di un profugo libico che ha causato la morte di tre persone e quello di Roman sur-Isere del 4 aprile, perpetrato da un profugo sudanese e con un bilancio di due morti. A questi quattro attentati se ne va ad aggiungere un quinto, verificatosi a Barcellona il 20 marzo quando due cittadini albanesi hanno lanciato la propria auto contro uno dei terminal dell’aeroporto. Le autorità locali hanno subito escluso la pista terroristica, ma sul fatto restano molti dubbi.

Se si pensa che nei primi due mesi del 2020, in fase pre-pandemia, in Europa si erano registrati ben nove attacchi, (di cui quattro nei primi dieci giorni di gennaio) inclusa la sparatoria del 19 febbraio ad Hanau, perpetrata da un suprematista bianco, che aveva causato la morte di dieci persone, risulta evidente come vi sia stato un calo degli attentati durante i mesi della crisi epidemica.

Sul piano extra-europeo spicca invece un incremento degli attacchi jihadisti del 37%, nel periodo tra metà marzo e metà aprile 2020, per quanto riguarda l’Africa sub-sahariana, l’Iraq e la Siria, come indicato in un report del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del giugno 2020 (The impact of the Covid-19 pandemic on terrorism, counter-terrorism and countering violent extremism). Il report indica però come sia difficile stabilire se l’incremento sia effettivamente dovuto alla pandemia o meno.

L’utilizzo della pandemia per fini terroristici, cosa si intende?

Nonostante si senta molto parlare del possibile utilizzo della pandemia da Covid-19 da parte del jihadismo internazionale, spesso le potenziali dinamiche restano ben poco chiare. Del resto è evidente come il Covid sia un virus che non guarda in faccia a nessuno e dunque estremisti e jihadisti sono vulnerabili al contagio esattamente come tutti gli altri. Non a caso diversi gruppi tra cui al-Qaeda, la sua branca siriana Hayyat Tahrir al-Sham e Hezbollah si sono attivati con direttive e misure per cercare di contenere il diffondersi del virus nelle proprie zone.

In che modo i jihadisti potrebbero dunque utilizzare il Covid-19? Per il momento la questione è prevalentemente da ricollegare all’attività propagandistica, con una serie di narrative che vanno dalla diffusione dell’idea che il Covid sia la risposta di Allah alla disobbedienza ed ai peccati dell’umanità nonchè un segno di un prossimo arrivo del giorno del Giudizio Universale, fino alla versione della punizione divina contro i non-musulmani, come se invece i musulmani fossero immuni dal Virus.

Non mancano poi le teorie complottiste che indicano come responsabili dell’epidemia oscuri poteri in mano a Israele, al sionismo e agli Stati Uniti. L’Isis aveva poi parlato anche di “punizione di Allah” nei confronti della Cina che perseguita i musulmani uiguri: “Il potere di Allah si abbatte sulla Cina che ha dichiarato guerra all’Islam, ai musulmani, perseguitando i nostri fratelli uiguri”, come illustrato da Shai Shaul, ricercatore presso l’International Institute for Counter-Terrorism di Herzliya.

La propaganda via web durante il lockdown

L’emergenza pandemica e i lockdown hanno generato tutta una serie di difficoltà socio-economiche e uno stravolgimento della vita quotidiana per milioni di persone. Una situazione che ha portato in molti casi a problematiche psicologiche che vanno da un incremento dell ansia fino a un certo livello di paranoia che in certi casi può generare comportamenti auto-distruttivi, come illustrato da Gary Ackerman e Haylay Peterson in uno studio sugli impatti del Covid sul terrorismo. I due ricercatori illustrano come il processo di radicalizzazione sia facilitato da una serie di elementi come frustrazione, paura di perdite personali, richiamo alla morte e i predicatori di odio offrono spesso soluzioni semplicistiche con tanto di utili capri espiatori per attirare a sè seguaci.

Se si considera poi che durante i mesi di lockdown il web è risultato essere l’unica “finestra” sul mondo per milioni di persone, ciò ha offerto un’occasione senza precedenti per i radicalizzatori e i predicatori di odio. Il già citato report dell’Onu parla chiaro: “L’incremento della presenza di utenti sul web ha offerto ai gruppi terroristici l’opportunità di esporre un gran numero di persone alla propria ideologia…”

Una propaganda che potrebbe tra l’altro proseguire, incrementare e intrappolare numerosi soggetti potenzialmente sensibili a tale retorica anche in una fase successiva, quando le conseguenze economiche causate dalla pandemia inizieranno a farsi sentire sulla popolazione a livello globale. E’ del resto oramai noto che il jihadismo fa breccia dove le condizioni socio-economiche sono precarie e dove vi è scarsa presenza istituzionale.

L’utilizzo del Virus come arma biologica

E’ già stato inizialmente evidenziato come in Europa sia stato registrato un chiaro decremento degli attacchi nel periodo tra marzo e luglio 2020 e ciò può essere ricollegato a una serie di fattori tra cui i vari lockdown, l’incremento di controlli per imporre il rispetto delle norme e dunque la difficoltà di muoversi sul territorio, ma anche l’assenza di obiettivi da colpire a causa della mancanza di assembramenti e dunque di potenziali target da colpire.

Si è però anche ipotizzato un possibile utilizzo del Virus stesso da parte del jihadismo; del resto una delle strategie chiave del terrorismo è quella di seminare panico tra la popolazione ed infliggere il maggior danno possibile, sia sul piano fisico che psicologico, oltre a creare seri problemi ai rispettivi governi. Le armi biologiche e bio-chimiche fanno gola ai jihadisti, questo è ben noto negli ambienti del contro-terrorismo. Utilizzare il Covid come arma risulta però ben più complicato di quanto si possa pensare e in certi casi può addirittura diventare controproducente per gli stessi jihadisti che rischiano di ritrovarsi il Virus a mietere vittime in casa propria.

E’ vero che sono stati segnalati casi in Gran Bretagna, Italia, Belgio, Francia, Stati Uniti e Australia, di soggetti che hanno tossito o sputato addosso ad agenti di polizia o che hanno leccato alimenti nei supermercati con lo scopo (a loro dire) di diffondere il Covid, ma il fenomeno non è risultato direttamente riconducibile al jihadismo.

E’ però altrettanto vero che sono stati registrati diversi richiami da parte di network jihadiste prevalentemente riconducibili all’Isis dove si invitava a diffondere il Virus nelle “terre dei miscredenti” e tra le forze di sicurezza. Il 16 aprile 2020 in Tunisia veniva inoltre arrestato un islamista che stava pianificando la diffusione del Virus tra polizia e militari.

Ackerman e Peterson mettono però in evidenza un fattore chiave per quanto riguarda l’utilizzo del Virus come arma e cioè la possibilità di dimostrare che un eventuale picco epidemico sia effettivamente stato causato da un atto terroristico piuttosto che da cause naturali dovute alla mobilità sociale.

Per il momento dunque l’effettivo utilizzo del Covid da parte di gruppi jihadisti appare limitato alla semplice propaganda, con tutta una serie di narrative radicalizzanti ma che di fatto non hanno prodotto particolari risultati sul piano pratico. Ciò ovviamente non toglie che nel medio-lungo termine la situazione possa cambiare, del resto il terrorismo è in continuo mutamento ed è diventato nel tempo ampiamente adattabile alle nuove condizioni che si presentano e dunque imprevedibile.

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