La fine dello Stato Islamico che, come sempre bene specificare, non coincide con la fine dell’Isis, pone molti interrogativi sulla sicurezza. In particolare, è forte il rischio che quell’autostrada della jihad lungo la parte meridionale della Turchia percorsa nel 2012 da molti fondamentalisti per raggiungere dall’Europa i teatri di guerra siriani ed iracheni, adesso sia attraversata al contrario. Con gravi rischi dunque circa la possibilità della recrudescenza del fenomeno jihadista nel vecchio continente.

I timori legati al Kosovo

Per vicinanza geografica e per le sue peculiarità di carattere storico e politico, a preoccupare maggiormente su questo versante è soprattutto il Kosovo. Si teme, in particolare, che il piccolo Stato nato nel 2008 dopo l’unilaterale dichiarazione di indipendenza dalla Serbia possa essere una sorta di “testa di ponte” del terrorismo islamista in Europa. Il paese è grande quanto l’Umbria, non ha affatto istituzioni o forze di sicurezza sufficientemente adatte a fronteggiare i gruppi jihadisti. Un aspetto forse ancora più grave, è rappresentato dal fatto che, su una popolazione di poco meno di due milioni di abitanti, si contino più di 350 foreign fighters, ossia combattenti che lasciano il proprio paese per arruolarsi tra le fila dell’Isis. In proporzione al numero di cittadini, solo la Tunisia ha una percentuale più alta di foreign fighters. Tra di loro c’è chi risulta ucciso o catturato durante i mesi di combattimenti di siriani, iracheni e curdi contro il califfato. Ma c’è anche chi è pronto a ritornare.

E rientrare in Kosovo vuol dire tornare a vivere a pochi passi dall’Europa, dall’Adriatico e quindi anche dal nostro paese. Uno spauracchio di non poco conto. A questo occorre aggiungere poi che l’islamismo fa sempre più breccia nella popolazione per una serie di motivi: in primis, le istituzioni sono fragili e non solo non riescono a frenare i gruppi terroristici, ma a volte la corruzione è talmente elevata da rendere quasi utopistica l’eventualità di efficaci azioni di Pristina contro il fenomeno jihadista. Inoltre l’economia arranca, tanti giovani vedono nell’ideologia jihadista o nell’appartenenza a gruppi di matrice islamista l’unica vera alternativa ad una vita avara di prospettive.

In secondo luogo, collegati agli elementi sopra descritto, in Kosovo attecchiscono sempre di più moschee od istituti culturali finanziati da Arabia Saudita, Turchia e Qatar. Anzi tra i Saud ed il duo formato da Ankara e Doha, è in corso una sorta di derby per contendersi la propria influenza culturale nel piccolo Stato balcanico. Se l’Arabia Saudita preme per la diffusione del wahabismo, Qatar e Turchia invece provano a far attecchire sempre di più le idee dei Fratelli Musulmani. In entrambi i casi comunque, le idee più radicali dell’Islam trovano terreno fertile.

Ma l’Europarlamento vuole la liberalizzazione dei visti

Piuttosto che intervenire politicamente sul Kosovo, ricordando a Pristina il dovere di attuare piani di sicurezza dopo il sostegno (la cui bontà, per ovvi motivi, oggi è messa in discussione) di Usa ed Europa ai progetti autonomisti, da Bruxelles invece si rischia di far passare una linea volta ad affievolire il peso dei controlli alle frontiere kosovare. Si pensa, in particolare, ad un accordo con il Kosovo volto alla liberalizzazione dei visti. Un progetto che vede già il benestare dell’Europarlamento. Uno smacco importante per l’Europa, una “svista” che adesso a Bruxelles e Strasburgo in tanti mirano a far notare.

In questa fase storica semmai l’Ue, in primo luogo, deve rafforzare la sicurezza con il Kosovo ed evitare che potenziali jihadisti abbiano libertà di circolazione nel vecchio continente. In secondo luogo, le istituzioni comunitarie dovrebbero concentrarsi, nel rapporto con Pristina, nel potenziamento delle istituzioni locali e nel finanziamento di progetti volti a togliere terreno fertile al proselitismo islamista. Diversamente il Kosovo resterebbe sempre un vero e proprio “buco nero” nel cuore dei Balcani. Alcuni governi comunque hanno già fatto sapere l’intenzione di bloccare il progetto di liberalizzazione dei visti con il Kosovo. Dalla Germania alla Francia, passando per Spagna (che non riconosce l’indipendenza di Pristina) ed Italia, aumenta il numero di paesi europei contrari al progetto volto a concedere più facilmente i visti.

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