Un nuovo attacco jihadista, diretto contro un avamposto militare, ha colpito il Mali, nella giornata di domenica, provocando ingenti perdite di vite umane e contribuendo a destabilizzare ulteriormente il Paese del Sahel. Diciannove membri delle forze di sicurezza sono stati infatti uccisi e cinque sono rimasti feriti in seguito all’assalto dei terroristi presso il campo di addestramento di Sokolo, situato nel Mali centrale. Una serie di fonti, riportate da Business Standard, hanno contribuito a chiarire meglio quanto accaduto: gli assalitori, più di cento ed a bordo di motociclette, avrebbero dato il via all’incursione, durata circa due ore, intorno alle cinque di mattina. Gli abitanti del villaggio non dovrebbero essere stati colpiti dall’azione violenta che si è poi conclusa con il ritiro dei terroristi e con un significativo numero di perdite da parte delle truppe di Bamako.

Una grave crisi

L’attentato non è stato rivendicato ma sarebbe comunque riconducibile all’azione di gruppi jihadisti legati ad Al-Qaeda e basati nella foresta di Wagadu, situata a 50 chilometri da Sokolo. Il terrorismo islamico sta causando gravi problemi alle nazioni del Sahel: lunedì scorso, ad esempio, i jihadisti avevano ucciso 36 civili, in due assalti diversi e bruciato un mercato in Burkina Faso. La tensione nella nazione africana aveva già portato, il giorno prima di questo duplice attentato, alle dimissioni del governo di Ouagadougou. L’impatto delle violenze, dunque, sta iniziando ad assumere contorni di preoccupante virulenza e l’escalation di attentati rischia di avere ripercussioni sugli assetti istituzionali di un’area fragile e delicata come quella del Sahel. Mohamed Ibn Chambas, funzionario delle Nazioni Unite che si occupa  dell’Africa Occidentale e del Sahel, ha messo in guardia, come riportato da GlobalNews, sullo spostamento verso oriente delle azioni terroristiche dal Mali al Burkina Faso, con gravi conseguenze umanitarie e sulla minaccia incombente nei confronti degli Stati costieri dell’Africa Occidentale. In Mali. Burkina Faso e Niger quattromila persone hanno perso la vita, a causa di attentati terroristici, nel 2019.

Le prospettive

Gli sforzi compiuti dagli Stati della regione e dalla Francia per contenere la minaccia jihadista sembrano, al momento, non essere riusciti a produrre un deciso miglioramento della situazione sul campo. La vastità territoriale del Sahel, la presenza di confini porosi e aree desertiche e lo stato di arretratezza delle nazioni che vi si trovano hanno probabilmente contribuito a complicare gli sforzi per giungere ad una risoluzione del problema. Le operazioni delle forze di sicurezza, che necessiteranno di fondi ancora maggiori, dovranno probabilmente accompagnarsi al tentativo di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni locali per sottrarre supporto e risorse ai jihadisti. Non si tratterà, però, di un piano d’azione di facile realizzazione e molti ostacoli sono destinati a frapporsi sulla strada della G5 Sahel, della Francia e delle altre nazioni, occidentali o meno, che vorranno aiutare la regione ad affrontare quella che ormai è diventata una vera e propria emergenza di sicurezza. La stabilità del Sahel è ormai molto precaria e sarà necessario molto tempo per riportare la regione in una condizione vicina alla normalità.

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