È una delle roccaforti del pensiero espresso dai teorici della ‘scuola dell’etichettamento’ nell’ambito degli studi di sociologia giuridica: il carcere spesso non corregge, anzi è un luogo in cui il detenuto con una debole personalità può venire in contatto con ambienti criminali importanti ed esserne assoggettato.Un pensiero, quello dei teorici dell’etichettamento, che ha portato negli anni a considerare l’idea di depenalizzare alcuni reati o di vietare il carcere ai minori, proprio perché l’etichetta di criminale data a chi possibilmente ha effettuato un reato minore fa sì che il soggetto interiorizzi tale etichetta e nelle patrie galere possa avere la possibilità di imparare tecniche e definizioni di criminali ben più ‘esperti’. Oggi, pur non partendo dalle teorie dell’etichettamento, in tanti temono specialmente negli ultimi mesi un fenomeno che anche il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha affermato di porre sotto stretto controllo: il radicalismo nelle carceri.Secondo il Guardasigilli, ascoltato nei giorni scorsi presso il comitato Schengen, esiste in Italia una popolazione carceraria di 10.500 soggetti di fede islamica, ma di questi soltanto 345 sono interessati a fenomeni relativi all’estremismo jihadista; pur tuttavia, è necessario in qualche modo, sempre secondo il Ministro, monitorare la situazione tanto che si è arrivati all’istituzione di un apposito coordinamento delle informazioni acquisite all’interno delle carceri italiane, mentre il fenomeno relativo al pericolo del contagio jihadista nelle galere è studiato già dal 2004.I dati al momento non sembrano preoccupanti, ma anche secondo molti sociologi è necessario visionare al meglio la situazione in prospettiva futura; l’estremismo fa breccia in quei soggetti posti ai margini della società, in una condizione economica ed educativa precaria che dunque potrebbe essere sfruttata in galera da esperti predicatori. Quel che si teme quindi è che un cittadino posto in carcere per reati estranei al terrorismo, dentro le strutture penitenziarie possa essere colpito dal proselitismo di chi invece è interessato a diffondere l’ideologia estremista; quest’ultima, si sa, si diffonde soprattutto sul web ma in ambienti socialmente difficili dove molti soggetti vivono ai margini del sistema è molto più semplice fare emergere il jihadismo, presentandolo possibilmente come risposta a tutte le difficoltà e come anche punto di riferimento all’interno di un’esistenza povera di legami valoriali.Ad occuparsi in maniera corposa del fenomeno della diffusione del jihadismo nelle carceri italiane, è stato nel 2008 il sociologo marocchino Khalid Rhazzali, professore presso l’Università di Padova; nel testo, intitolato L’Islam in carcere, si fa riferimento al fatto che, da un lato, nel nostro paese non esistono strutture di reclutatori radicali diffuse all’interno delle carceri lungo lo stivale, al tempo stesso però bisogna creare i presupposti affinché in futuro gli istituti penitenziari non diventino luogo privilegiato per il proselitismo di stampo jihadista. “Sepolti sotto il triplice stigma di musulmani, stranieri e criminali – si legge nel libro – i detenuti islamici spesso si rapportano alla dimensione religiosa come l’unica risorsa capace di garantire un punto di vista e un principio interpretativo utile ad elaborare un significato per la propria condizione”; ma non solo: Rhazzali si concentra pure su quella che sono le situazioni e le problematiche ataviche delle nostre carceri, quali il sovraffollamento e le difficoltà organizzative. Secondo il sociologo, tutto questo contribuisce nel far apparire precaria l’esistenza al carcerato che quindi rischia di attivare nella sua mente processi di avvicinamento al jihadismo ed a chi, dentro gli istituti di pena, presenta i valori del terrorismo come gli unici in grado di riscattare una determinata condizione.Anche per questo motivo, dentro molte carceri italiane (52 per l’esattezza) esistono luoghi di culto e sale adibite alla preghiera, mentre l’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche Italiane) manda alcuni mediatori culturali all’interno degli istituti detentivi proprio per cercare di intercettare i disagi ed evitare la radicalizzazione dei soggetti interessati; pur tuttavia, da questo punto di vista la strada è ancora in salita visto che è lo stesso Ministero della Giustizia a rivelare come il numero di imam e mediatori che operano nelle nostre carceri è molto inferiore rispetto al numero delle richieste della popolazione carceraria islamica e questo è un elemento di forte preoccupazione per il futuro.Secondo alcuni dati riportati da L’Espresso, cinque foregein fighters italiani avrebbero intrapreso la scelta della strada della lotta armata in Siria ed Iraq proprio grazie agli incontri fatti in carcere, in altri casi invece si riscontrano casi di approvazione di alcuni detenuti di quanto avvenuto a Parigi nello scorso mese di novembre; lo stesso Ministro Orlando ha affermato che nelle ultime settimane 99 soggetti musulmani attualmente in galera hanno espresso soddisfazione per le notizie degli attentati in Francia ed a Dacca. Numeri non elevati, ma che impongono interrogativi importanti anche alla luce, come detto in precedenza e come fatto notare da Khalid Rhazzali, della situazione che si vive all’interno delle nostre carceri, potenziali polveriere in cui l’ideologia islamista potrebbe propagare; i simpatizzanti delle idee radicali individuati all’interno delle case circondariali italiane sono relativamente pochi, ma in aumento rispetto ad altri anni passati.Un allarme vero e proprio al momento non c’è, pur tuttavia nello studio del proselitismo e della diffusione dell’ideologia islamista nel nostro Paese, il ruolo delle carceri e la situazione al loro interno è da porre in estrema attenzione in quanto il pericolo che la jihad trovi spazio dentro le sbarre, sia grazie a meri atti emulativi che ad un più radicato e strutturato proselitismo, è concreto e le esperienze già viste in altri paesi europei (Francia e Belgio su tutti)  impongono interrogativi, prudenza e massima discrezione.Attualmente nel nostro paese sono 39 i detenuti con accuse di favoreggiamento o partecipazione a progetti ricollegabili al terrorismo islamico, gran parte di essi sono rinchiusi dentro il carcere di Rossano Calabro e proprio lì è partito a novembre l’urlo di molti carcerati che hanno scandito “Viva la Francia libera dai miscredenti”; un atteggiamento isolato, anche se parzialmente imitato in altri luoghi, che però ha messo in allarme autorità ed operatori culturali.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.