Il “pizzo” in perfetto stile mafioso. Accanto alla più conosciuta e usuale minaccia di morte, è questo uno dei metodi che i membri di Al-Shabaab utilizzano per convincere i giovani somali ad unirsi al loro gruppo terroristico. I jihadisti hanno sperimentato la sua efficacia nell’intimorire la popolazione e anche come strada per autofinanziarsi, così stanno tenendo in scacco intere famiglie, a Mogadiscio e dintorni, con il ricatto economico.Per approfondire: Una mappa della galassia jihadistaPotrebbe sembrare un metodo più soft, se confrontato alle carneficine che l’organizzazione terroristica è in grado di compiere. Ma in una società in cui c’è un’ampia sacca di povertà ed in cui spesso pochi soldi vengono racimolati dalle attività lavorative svolte e quei pochi soldi sono indispensabili alla sopravvivenza delle famiglie, dover pagare una “tassa” extra e molto pesante diventa motivo di grande disagio. Anche perché c’è da ricordare che i terroristi già in molti casi si fanno pagare la zakat, la “tassa” che ogni buon musulmano deve autoinfliggersi a beneficio dei più poveri ma che andrebbe pagata ad un Governo ufficiale o direttamente alla famiglia da sostenere.Gli Shabaab sono andati anche oltre. Non solo si fanno versare la zakat, ma anche una somma aggiuntiva che rappresenta una sorta di “punizione” per chi non vuole unirsi a loro. Una somma, a volte, talmente insostenibile in proporzione agli scarsi averi di un popolo già in miseria, che talvolta sono le stesse famiglie a chiedere al proprio componente che ha ricevuto la proposta di unirsi ad Al-Shabaab di accettarla ed anche in fretta.È quanto successo a Ismail, che con il suo rifiuto di fare la spia per i terroristi stava per causare la chiusura del negozio di suo zio, presso il quale lavorava. “Mio zio era fruttivendolo. Io lo aiutavo recandomi al mercato di Bakaaro a vendere i prodotti. È proprio sulla strada per il mercato che gli Shabaab mi hanno fermato, un giorno, per chiedermi di lavorare per loro”, racconta Ismail.Quando gli si domanda cosa avrebbe dovuto fare per i terroristi, lui risponde: “Ci sono due cose che possono volere da te. Che tu diventi un combattente per loro o che tu faccia la spia. Nel mio caso, volevano che facessi la spia”. L’islam radicale di Al- Shabaab tiene sotto mira centinaia di obiettivi, soprattutto a Mogadiscio.Gli uffici dell’Onu e delle missioni europee e internazionali, le basi militari, le stazioni di polizia e gli uffici del governo, sono, come per tutti i gruppi jihadisti, l’obiettivo più appetibile. Lo scopo è affermare sempre di più una visione salafita del mondo, che sta sostituendo il tradizionale sufismo apolitico e contribuisce ad aumentare l’instabilità della Somalia.Per approfondire: La guerra infinitaPer colpire così “in grande”, però, c’è bisogno di numerose spie sparse sul territorio. Una di queste doveva essere Ismail, al quale era stato chiesto di tenere sotto controllo “Villa Somalia”, centro del governo somalo, poiché il ragazzo passava quotidianamente di lì per andare al mercato. Ma da quando lui si è rifiutato, è scattato il ricatto in stile mafioso. Gli Shabaab si recavano continuamente al negozio dello zio a chiedere il “pizzo”. Somme ingenti, in aggiunta alla zakat, che il pover’uomo doveva pagare dietro minaccia. Loschi figuri si recavano presso l’attività a fare pressioni anche quando il giovane non era presente perché si trovava al mercato. Dopo mesi di questa vita, la famiglia di Ismail si è arresa. Lo stesso zio del ragazzo gli ha fatto capire che forse sarebbe stato meglio se avesse deciso di non lavorare più per lui che, anziano e debole, non sarebbe mai stato preso di mira dal gruppo.banner_occhi_sotto_attaccoAl-Shabaab, già dal suo nome che vuol dire “la gioventù”, manifesta infatti intenti battaglieri che solo dei giovani possono perseguire. Sono decisioni tristi, quelle che si devono prendere in questi casi, con un Governo debole che non riesce a far sentire la sua presenza e l’infiltrazione di elementi estremisti anche nelle istituzioni. La decisione di Ismail è stata quella di fuggire in Europa. Tanti, invece, scelgono di rimanere. Nel caso in cui resistano alle pressioni, fanno quasi sempre una brutta fine. Se invece si uniscono agli Shabaab, alimentano la catena di morte e violenza. Sembra essere questa la tendenza degli ultimi anni.

Mentre il mondo guarda con attenzione al fenomeno Isis, la Somalia viene un po’ dimenticata. Le missioni come l’Amisom, pagata dall’Unione europea, risultano in difficoltà. Ventiduemila sono i soldati rimasti, ma per il 2017 l’Uganda, che costituisce la parte più numerosa del contingente, ha annunciato il ritiro. Somali, statunitensi, turchi e inglesi hanno diverse visioni su come gestire la situazione. La questione è più che mai aperta.  Ma tra tassazioni “extra”, minacce di morte e attentati sanguinari come quello all’ospedale di Baidoa, non si vede una via d’uscita. Neanche la politica può essere di aiuto. Le nuove elezioni sono fissate a novembre ma si suppone che, nell’instabilità generale, potrebbero slittare ulteriormente. Non sarebbe la prima volta. Intanto la Somalia aspetta e il terrorismo prende sempre più forza, mentre la guerra civile non ha mai smesso di produrre effetti dagli anni ’90. Sul passato, sul presente e sugli interventi internazionali, Ismail ha una sua idea. Non so se stia parlando seriamente o se abbia deciso di prendermi in giro. “Chissà se sono stati gli italiani ad insegnare ai somali come si fa a guadagnare soldi chiedendo il pizzo, ma so per certo che in Italia la mafia fa così”, dice. Di fronte a questo dubbio, forse è meglio chiudere l’intervista.

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