Il Mali ha sempre vissuto lungo un sottile e precario equilibrio, in cui ogni minima scossa ha avuto l’effetto di una potenziale deflagrazione. Basta questo per comprendere la portata del golpe che poco dopo ferragosto ha determinato la fine dell’era di Ibrahim Boubacar Keita, con i militari che adesso promettono quanto prima nuove elezioni e nuovo governo. Ma non sarà così semplice, per l’appunto. Tra interessi di una Francia colpita duramente dal colpo di Stato che ha rimosso un presidente vicino all’Eliseo, di una Turchia che invece avrebbe messo la zampino sull’azione dei militari e di altri governi che nel Mali a breve avrebbero dovuto inviare contingenti militari, il Paese africano rischia seriamente di lacerarsi al suo interno. Con tutte le conseguenze del caso, specie in riferimento alla lotta contro il terrorismo.

I gruppi jihadisti pronti a rafforzarsi

Il 2012 ha rappresentato una data spartiacque per il Mali: in quell’anno nelle regioni settentrionali la guerriglia Tuareg ha portato alla proclamazione dell’indipendenza dell’Azawad, con il governo di Bamako spiazzato e incapace di reagire all’istante. A sua volta questa situazione ha generato il rafforzamento dei gruppi jihadisti già presenti in zona, a partire da Al Qaeda nel Magreb (Aqim) che ha fissato in questa vasta regione del Sahel il proprio quartier generale. Sono sorti dei piccoli emirati, con i capi locali del jihad che hanno spazzato via le velleità dei Tuareg ed hanno occupato Timbuctù e un’ampia zona al confine con il Niger. Per il potere centrale di Bamako un ulteriore smacco, l’umiliazione ha portato sempre nel 2012 a un colpo di Stato che ha tolto lo scettro della presidenza a Traorè. Nel frattempo l’Eliseo ha sfruttato l’occasione per potenziare la propria presenza nel Mali come nel resto del Sahel, avviando operazioni militari contro i gruppi jihadisti. Nel giro di pochi mesi gli emirati e i califfati sorti nel nord del Paese sono stati sconfitti, ma la guerriglia jihadista ha proseguito e anzi ha dilagato anche in Burkina Faso, nel Niger, nel Ciad e il Sahel è diventato epicentro del terrorismo africano.

Adesso che lo Stato maliano è alle prese con un’altra grave crisi, i terroristi potrebbero provare nuovamente a rafforzarsi. Se da un lato è vero che, a differenza del 2012, vi è una nutrita presenza di truppe internazionali, oltre ai francesi sono infatti presenti i militari della missione Onu operativa da 7 anni, è anche vero che la confusione che sta regnando a Bamako potrebbe indurre molte formazioni islamiste ad alzare il tiro. Solo nel 2020 tra civili e militari, gli attentati compiuti nel Mali dai gruppi jihadisti hanno causato decine di vittime in numerose imboscate. Non è bastata l’uccisione a giugno del leader di Aqim, Abdelmalek Droukdel, operata dai francesi proprio in territorio maliano: il terrorismo è ancora ben presente e appare difficile indebolirlo, specie adesso che l’esercito locale potrebbe uscire lacerato dal recente  colpo di Stato. La preoccupazione non vale solo per il Mali. Tutto il Sahel teme ora una recrudescenza, proprio come nel 2012: all’epoca, come detto, è bastata una piccola breccia nella fragile stabilità delle istituzioni di Bamako per far dilagare il fenomeno jihadista nella regione.

Il ruolo dei gruppi jihadisti nel Mali post golpe

C’è poi un’altra questione che riguarda più nello specifico i futuri rapporti tra i fondamentalisti e la nuova governance maliana. Su InsideOver nei giorni scorsi si è parlato del ruolo di un importante attore interno nella delegittimazione dell’oramai ex presidente Keita. Il riferimento è all’imam Mahmoud Dicko, capo del Consiglio Islamico del Mali e sempre più popolare in un Paese a stragrande maggioranza sunnita. Dicko ha da tempo tolto ogni appoggio a Keita, è stato lui ad infiammare le folle a giugno quando la gente è scesa in strada per protestare contro la corruzione e condizioni dell’economia sempre più in affanno. La popolarità dell’imam mostra l’importanza che stanno assumendo, in seno all’opinione pubblica e alla società maliana, le argomentazioni riferibili all’Islam. Segno di come la Turchia, considerata vicina ad alcuni generali golpisti, potrebbe lasciare il segno nel futuro del Paese africano. Ma non solo: lo stesso Dicko, pur se non ha mai avuto simpatie per i gruppi jihadisti, viene da questi ultimi rispettato.

Più volte è stato fatto riferimento alla circostanza secondo cui proprio l’Imam ha avuto in passato il ruolo di mediatore tra i fondamentalisti e il governo. Una sorta di figura terza, che da un lato ha appoggiato l’intervento francese nel 2013 contro i terroristi, dall’altro però ha appoggiato l’imboscata tesa nel 2015 al Raddisson Blue Hotel di Bamako compiuta dagli estremisti, salutandola come un “intervento divino contro l’omosessualità importata dall’occidente”. La scalata di Dicko quale figura cardine del Mali, sia sotto il profilo religioso che politico, ha dimostrato l’avanzata delle idee più conservatrici nella regione del Sahel. Per questo non è così difficile pensare ad un ruolo più diretto di movimenti islamisti nel futuro del Mali, con conseguente possibile rafforzamento a nord delle formazioni jihadiste.

Il destino delle missioni internazionali

Tutti questi movimenti nel Mali stanno avvenendo alla vigilia dell’invio di nuovi contingenti militari da parte di diversi Paesi, tra cui anche l’Italia. Nei piani della nostra Difesa, a breve 200 soldati italiani dovrebbero prendere parte alla missione Takuba, volta ad aiutare l’esercito maliano contro i gruppi jihadisti. Contestualmente anche la Francia si è detta pronta nelle scorse settimane a potenziare il proprio contingente nel Paese africano e nella regione del Sahel. Ma adesso però viene spontaneo chiedersi che fine faranno questi progetti e in che modo si opererà in un contesto mutato radicalmente nel giro di poche settimane. Domande a cui è difficile dare adeguate risposte.

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