Lo Stato Islamico sposta il suo quartier generale in Nordafrica, precisamente tra Tunisia e Libia. Secondo quanto riportato da Al Arabya, il successore del Califfo Al-Baghdadi, ormai dato per morto, è Jalaluddin al-Tunisi, al secolo Mohamed Ben Salem al-Ayouni, l’uomo forte dell’Isis in Libia. La notizia, se confermata, sarebbe veramente il simbolo della rivoluzione in casa Isis e l’emblema del presente e del futuro del terrorismo islamico internazionale. Perso il controllo dell’Iraq e della Siria, il Califfato, nato con la proclamazione di Al-Baghdadi a Mosul, si sposta ora tra le sabbie della Libia e decide di fare il suo ingresso nella martoriata Libia. Una scelta che non è soltanto frutto della perdita delle ultime roccaforti irachene, ma anche un chiaro segnale di come l’Isis abbia deciso di investire nel Mediterraneo e nel Nordafrica.

La scelta di Al-Tunisi è fondamentale perché in lui si racchiudono gli elementi-chiave del prossimo futuro dello Stato Islamico. In primis, la capacità di ricrearsi dove vi siano le condizioni politiche, culturali e sociali adeguate. Il contesto libico è perfetto perché manca uno Stato, le forze ribelli sono divise, e si può osservare, con le dovute distinzioni, lo stesso scenario della guerra siriana, con una divisione netta fra sostenitori di Haftar e Serraj e bande di ribelli e tribù che vivono una loro autonomia assolutamente slegata da qualsiasi forza che rappresenti lo Stato. Proprio per questo motivo, lo Stato Islamico in Libia non è mai stato completamente assente, e quando Al-Tunisi fu inviato lì da Al-Baghdadi, aveva solo uno scopo: imporsi da subito come forza determinante del conflitto libico. E per fare questo, ha intessuto rapporti di collaborazione con molti gruppi terroristici libici allo scopo di creare un nucleo duro di forze islamiste in grado di poter comporre una prima forza capace di resistere e di imporsi sulle altre, soprattutto grazie ai buoni rapporti con le frange estremiste presenti in Tunisia, e che sfruttano la porosità del confine libico-tunisino.

La Tunisia è l’altro elemento fondamentale nella scelta del successore di Al-Baghdadi. Ed è fondamentale perché molto spesso si dimentica che il maggior numero di foreign fighters giunti in Siria e in Iraq proveniva proprio da lì, dalla Tunisia. Migliaia di uomini e anche donne che hanno intrapreso la rotta del Nordafrica per combattere tra le fila del Califfato, e che ora stanno tornando di nuovo nelle loro terre d’origine. Queste migliaia di miliziani sono una risorsa fondamentale per la sopravvivenza dello Stato Islamico: conoscono perfettamente il territorio, sono della stessa etnia, e quindi difficilmente individuabili, in più sono addestrati alla guerra che lo Stato Islamico vuole condurre in Libia. L’Isis ha sempre puntato sulla Tunisia e sui combattenti che venivano da lì, e la stessa cosa voleva fare Al-Qaeda, stando alle parole di Al-Zarqawi, che disse: «Se la città tunisina di Ben Guerdane fosse accanto a Falluja avremmo già conquistato tutto l’Iraq». 

Ma la scelta di Al-Tunisi è importante anche per un altro motivo, e cioè che è vissuto in Francia. Trasferitosi da bambino con la famiglia, è tornato in Tunisia soltanto con la caduta di Ben Ali. In sostanza è esattamente il prototipo del terrorista internazionale dello Stato Islamico, il modello che tutti i miliziani dell’Isis in Europa dovrebbero imitare. Questo rappresenta un ulteriore elemento chiave del processo di scelta di Al-Tunisi alla guida dell’Isis, perché un messaggio propagandistico fondamentale. Al-Tunisi è uno come loro, come quei combattenti che partono dall’Europa e tornano nei Paesi nordafricani e mediorientali per combattere il jihad. Anche lui è tornato in Tunisia perché desideroso di unirsi alla ribellione e fondare uno Stato in grado di rappresentare il vero islam, cui tutti i seguaci del Daesh devono piegarsi.

L’Italia non può ovviamente sottovalutare il problema. Avere il leader dello Stato Islamico al di là del Canale di Sicilia è un problema fondamentale della nostra sicurezza. Se l’Isis ha deciso di spostare il suo quartier generale in Libia e in Tunisia, noi diventiamo automaticamente l’avanguardia d’Europa, il Paese di confine della guerra dello Stato Islamico. Il traffico dei migranti, il traffico di armi, la droga e il terrorismo potrebbero portare il loro hub proprio nel Mediterraneo centrale, a poche miglia nautiche dai nostri porti. In quel caso, la risposta dovrà essere immediata se non vogliamo che il ginepraio libico si trasformi in qualcosa di molto più importante. La Siria era vicina, ma ci è sembrata sempre lontana: la Libia non può non diventare anche un nostro problema, se lo Stato Islamico rinascerà tra il Fezzan e il golfo della Sirte.

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