Assediati dalle Forze siriane democratiche (Sdf), gli ultimi jihadisti dello Stato islamicodifendono strenuamente il villaggio siriano di Baghouz, ultimo bastione ancora sotto il loro controllo. Intanto in Iraq, dove il governo ha da tempo proclamato la vittoria contro l’organizzazione terroristica, l’Isis è già alla “fase B” della sua strategia.

La guerriglia

Mentre percorrevano il tragitto tra Mosul e Kirkuk, nella notte del 6 marzo scorso, tre autobus militari sono stati assaltati all’altezza della città irachena di Makhmour. A bordo, i soldati delle Forze di mobilitazione popolare (Pmf), un’organizzazione para-statale a prevalenza sciita, voluta dall’Iran per sostenere Baghdad nella guerra contro lo Stato Islamico.

L’attacco, non ancora rivendicato, è stato tuttavia ricondotto allo Stato Islamico. Ultimo di una lunga serie di agguati di stampo jihadista, ha causato la morte di 6 militari e il ferimento di altri 31.

L’Isis sfrutta ormai le tattiche della guerriglia, compresi rapimenti, assassinii ed esplosioni contro obiettivi civili e militari, per colpire l’Iraq, dal quale è stato ufficialmente sconfitto nel dicembre 2017.

La strategia per rinascere

Tramontato in Iraq da più di un anno e alle sue ultime battute in Siria, lo Stato islamico non si è mai arreso. Tra i 14 e i 18 mila dei suoi combattenti, in fuga dalle zone di conflitto e abili nell’evitare la cattura, si sarebbero nascosti nelle aree desertiche siriane e irachene, organizzandosi in cellule dormienti.

Non solo: già a partire dal 2016, in tempi non sospetti, di fronte alle continue sconfitte subite, l’Isis ha avviato una strategia di trasformazione e adattamento che lo ha portato a essere non più un’organizzazione di insorti, con roccaforti fisse, bensì una rete terroristica clandestina, presente nella regione e all’estero.

In concreto, ciò ha significato due cose. Da un lato, l’Isis ha decentrato la propria struttura di leadership, dando autonomia alle singole cellule; dall’altro, ha optato per un uso della violenza meno concentrato e più diffuso, basato sulle classiche tattiche della guerriglia.

Il piano B

In Iraq, quello dell’Isis però non è un semplice cambio strategico, quanto piuttosto un piano d’azione già avviato. Rifugiatisi in tunnel e rifugi sotterranei, i combattenti dello Stato islamico si sarebbero riorganizzati in cellule già pienamente operative.

Questa rete nascosta avrebbe accantonato temporaneamente il sogno di un califfato globale, privilegiando dunque azioni terroristiche di portata locale. Inoltre, starebbe portando avanti un lavoro minuzioso, allo scopo di alimentare le tensioni settarie presenti in Iraq, a minare le attività di stabilizzazione e di ricostruzione del Paese e a ostacolarne i progressi economici.

Proseguirebbe anche il reclutamento di nuovi seguaci – un aspetto non secondario, considerato la diminuzione delle partenze alla volta del Siraq – scelti, questa volta, tra gli sfollati interni provenienti in particolare dai governatorati iracheni di Diyala, Salah al-Din e Ninive e tra i detenuti delle prigioni sovraffollate dell’Iraq.

Come in passato, lo Stato islamico sta cercando di sfruttare le debolezze di un Paese ancora instabile. Diviso politicamente, economicamente distrutto e martoriato da più di tre anni di guerra, l’Iraq sta faticosamente cercando di ricostruire una stabilità politica e sociale.

L’organizzazione jihadista sa come far breccia in una nazione dove gli iracheni sunniti, minoranza in un Paese a maggioranza sciita, mal sopportano di essere governati da un primo ministro sciita. D’altro canto, gli agguati contro le forze di polizia e dell’esercito contribuiscono a creare un clima di diffusa insicurezza, a cui la classe politica, già divisa al suo interno, non riesce a far fronte.

Secondo un recente report del Csis, nel 2018, l’Isis ha rivendicato ben 75 attacchi al mese in Iraq, una media più alta di quella del 2016 (60.5 attacchi), anche se minore rispetto al 2017, che ha visto quasi 90 attacchi.

Le recenti azioni dell’Isis e il numero di jihadisti ancora presenti in Siria e in Iraq, dimostrano la persistenza della minaccia terroristica, nonostante l’imminente fine del califfato.

Resta il timore che, come per l’Iraq, anche la presa di Baghouz non sia altro che la fine di una fase storica dell’Isis, mentre l’organizzazione è già pronta ad attuare il suo piano B.

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