I tragici fatti di questi giorni, hanno riportato l’attenzione sulla figura dei foreign fighters e dei terroristi. Quello che colpisce è che spesso si tratta di cittadini europei di religione islamica, alcuni nati e cresciuti in Europa da genitori immigrati durante gli anni della decolonizzazione o di cristiani convertiti.

Spesso si sente dire che quello che spingerebbe questi individui a diventare kamikaze sarebbe la povertà o il razzismo dell’ambiente in cui sono cresciuti. Se in parte questa analisi può avere qualche fondo di verità, essa però non convince del tutto. Se si guardano gli ideologi di questi gruppi, nessuno dei quali è europeo, per esempio quelli di Al Qaeda, si scopre che si tratta spesso di miliardari o esponenti delle élite.

Basti pensare a Bin Laden o a Al Zawahiri. Studiando un po’ la propaganda dell’Isis, ci si rende conto che non è elaborata dai figli della miseria, ma da persone che padroneggiano perfettamente il linguaggio dei social media e il loro funzionamento. Si intuisce che sono individui cresciuti a pane e videogiochi, più che disperati. Cosa li spinga a scelte così radicali rimane una delle questioni più controverse degli ultimi anni.

Federico de Roberto, parlando della figura dei terroristi suicidi, con parole profetiche, scrisse nel suo romanzo, l’Imperio, pubblicato nel 1929: “Questi uomini non crederanno di formare un semplice partito politico, ma una nuova religione, è un fervore mistico che li animerà. I fedeli della religione della morte lanceranno le bombe solo per morire insieme ai loro fratelli, per liberarli e liberarsi”.

Queste parole, furono pronunciate da uno dei protagonisti del libro, l’ex giornalista e idealista, Federico Ranalli, che dopo aver conosciuto la politica romana, torna nella natia Salerno, ferocemente disilluso da tutto. In esse si nasconde una possibile lettura di tanti estremismi: la ricerca della purezza e della perfezione.Se si studia la manovalanza dell’Isis, a cominciare dagli attentatori, è facile notare che non hanno propriamente un profilo islamico. Molti di loro sono ex spacciatori o piccoli boss delle banlieues, altri sono figli della piccola borghesia cittadina. Non sono poveri, anzi nelle precedenti vite erano rappers o bulli di quartiere. Spesso non alieni alle droghe, all’alcol e al mondo della prostituzione.

Tutte cose condannate dagli islamisti. Quello che sembrano, in alcuni casi avere in comune, è il percepirsi psicologicamente ai margini della società o la sensazione di un vuoto esistenziale che li spinge nelle mani di religiosi estremisti, che in cambio di una vaga e incorretta infarinatura islamica, gli promettono una purificazione attraverso una morte salvifica.

Sembrerebbe quindi più una ricerca di salvezza personale, attraverso una purificazione, che una battaglia politica o religiosa nel senso classico.

Sorge spontaneo chiedersi se la vita di queste persone sarebbe stata migliore, se i genitori fossero rimasti nel loro paese di origine. In molti casi, pur non negando la difficile situazione in cui tante persone si trovano in certi quartieri degradati di alcune città europee, sembra comunque difficile affermare che sarebbero state meglio nei paesi di origine. Basta conoscere molte di queste nazioni, per rendersi conto che lì la mancanza di diritti e di lavoro è cronica. Questo non basta però per affermare che esista per forza un problema di integrazione per motivi religiosi, per uno che si fa saltare, ci sono cento che si sono integrati. Ma vale anche l’affermazione contraria. Se il mondo islamico è precipitato in una guerra civile, non si può non pensare che le comunità musulmane europee non siano coinvolte anche esse.

Alcuni osservatori puntano il dito contro le libertà occidentali che hanno creato società in cui le persone alla fine rimangono sole con se stesse, in un vuoto esistenziale non sostenibile.In realtà, però la guerra santa degli islamisti è esplosa in tutti i paesi in cui vi siano comunità musulmane, al di là della filosofia che sta dietro a queste nazioni. Che siano paesi governati da politici islamici, o laici, cambia poco.

Dovunque però si divide il mondo in puri e impuri. Questi ultimi possono essere gli islamici liberali o che credono alla libera interpretazione del Corano in alcuni paesi, i laici occidentali o fedeli di altre religioni in altri.

Sicuramente la libertà ci lascia soli con noi stessi e non dà facili risposte, questo nei paesi occidentali può portare le persone più deboli a cercare soluzioni più totalizzanti nell’estremismo, sia laico che religioso.

Possedere una verità e sapere di essere dalla parte giusta è più rassicurante che seguire il vecchio detto di Socrate: “So di non sapere”.

Sempre nell’Imperio, De Roberto, utilizza la giovane diciottenne Anna per rispondere alle fosche idee di morte salvifica dell’ex idealista disilluso, Federico Ranalli: “Mangiando tutti i giorni nei caffè della capitale vi siete guastato la salute. A casa mia io entro in cucina tutti i giorni e vi passo anche parecchie ore per dare una mano alla cuoca. Se aveste avuto anche voi una cucina vostra, vi sareste accorto che i cibi più gustosi e nutritivi non si possono preparare senza maneggiare della roba non sempre pulita, senza ammucchiare una quantità di detriti che vanno poi a finire nella spazzatura. So fare molte salse, molti dolci, un po’ di tutto, con tutto l’amore della nettezza, con tutto l’orrore della sudiceria, bisogna pure imbrattarsi le mani, salvo poi lavarsele dodici volte di fila”.

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