Israele piomba di nuovo nel terrore. Sono undici le vittime di tre attentati avvenuti soltanto nell’ultima settimana. Il primo attacco è stato a Beersheva il 22 marzo, e ha causato la morte di quattro persone. Il secondo attentato è avvenuto a Hadera, il 27 marzo, e ha provocato due vittime. E infine quello della scorsa notte a Bnei Brak, dove sono morte cinque persone colpite da un terrorista palestinese che ha fatto fuoco sui passanti con un fucile d’assalto. L’attentatore, ucciso dalla polizia, è stato identificato in Diaa Hamarsha, 27enne palestinese membro della Jihad islamica, e che aveva lavorato proprio nella città scelta per il tragico assalto.

Per il governo israeliano si tratta di un’escalation inaspettata. Ed è questo il punto rimarcato da diversi analisti che ora accusano i servizi segreti e le forze dell’ordine di non avere il controllo della situazione. L’impressione è che la sicurezza dello Stato ebraico non sappia anticipare le mosse di questo nuovo terrorismo di matrice jihadista. Il senso di sicurezza dei cittadini israeliani sembra essere abbassato sensibilmente, senza sapere nemmeno quali possano essere i luoghi più a rischio né i motivi di questa fiammata terrorista. E gli attentatori appaiono molto più vicini alle metodologie dello Stato islamico che a quelle tipiche che hanno contraddistinto le varie ondate di matrice nazionalista. L’attacco di Hadera è stato rivendicato dal sedicente Stato islamico e gli attentatori erano entrambi cittadini israeliani. L’autore dell’attacco di Beersheva è stato identificato in un beduino ritenuto seguace sempre dell’Isis.

L’assassino di Bnei Barak era legato alla Jihad islamica, ma è possibile che si sia attivato dopo aver assistito agli omicidi dei giorni scorsi. E negli ultimi giorni sono avvenuti diversi arresti di persone sospettate di legami con lo Stato Islamico. Già la notte tra il 28 e il 29 marzo l’Ansa riporta che erano scattati diversi arresti dopo le perquisizioni dei servizi segreti che hanno coinvolto le città di Um el-Fahem, Nazareth e Sakhnin. A preoccupare è soprattutto l’imminente arrivo del Ramadan, in cui convergono sia il rischio di una esaltazione da parte della propaganda jihadista, sia l’allentamento delle restrizioni da parte del governo di Israele dovuto anche alla concomitanza nello stesso periodo di Ramadan, Pasqua ebraica e Pasqua cristiana. Motivo per il quale già si parla di una stretta sulle politiche applicate da Gerusalemme durante il mese sacro dei fedeli musulmani.

Per l’esecutivo guidato da Naftali Bennet si tratta di uno dei momenti più critici dall’inizio del mandato. Il pericolo, infatti, è che questa ondata di terrore possa essere solo nelle sue prime fasi, cosa che potrebbe essere dimostrata dalla scelta di iniziare questa serie di attentati esattamente venti anni dopo la strage del Park Hotel di Netanya, meglio noto come massacro di Pesach. In quell’occasione, un terrorista palestinese uccise 30 israeliani provocando l’inizio dell’operazione Scudo Difensivo in Cisgiordania. I numeri dei morti israeliani non sono paragonabili a quelli dell’onda di attacchi di venti anni fa. Tuttavia il rischio, secondo molti osservatori, è che una parte dell’opinione pubblica inizi a chiedere il pugno di ferro.  E non è un caso che il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen abbia subito preso le distanze condannando l’attacco dicendo che “l’uccisione di civili palestinesi ed israeliani può solo deteriorare ulteriormente la situazione, specialmente alla vigilia del santo mese del Ramadan e delle festività cristiane ed ebraiche”. Parole che servono non solo per dimostrare la lontananza dal terrorismo in una fase di rapporti sempre più trasparenti tra Israele e Stati arabi, ma anche per smarcarsi dalle manifestazioni di giubilo dei rappresentanti di Hamas e di Jihad islamica dopo le tre stragi. “L’operazione di Tel Aviv sottolinea l’unità del popolo palestinese ovunque esso viva”, ha detto Mushir al-Masri di Hamas.

Per ora, stando a quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, sembra che nonostante la propaganda anche Hamas voglia “garantire la quiete a Gaza”. Il che sembrerebbe in linea non solo con le parole di Abu Mazen, ma anche con la volontà degli sponsor palestinesi di cercare rapporti più sereni con Israele. Il re di Giordania Abdullah ha già confermato questa linea e lo dimostrano sia il viaggio del ministro della Difesa Benny Gantz ad Amman, sia quello del presidente israeliano Isaac Herzog. Anche da parte della Turchia di Recep Tayyip Erdogan ci sono stati segnali di aperture non indifferenti nei confronti dello Stato ebraico, soprattutto con il viaggio del capo di Stato israeliano ad Ankara. E da parte degli Stati arabi aderenti agli Accordi di Abramo, c’è la certezza che in questo momento non serva un inasprimento delle tensioni in quell’area soprattutto mentre sono in ballo le trattative sull’Ucraina e sul dossier nucleare iraniano.

Israele intanto ha da tempo ordinato l’aumento delle truppe per prevenire ulteriori escalation in aree considerate a rischio. La speranza delle Israel Defense Forces è che la presenza delle unità nelle aree calde lungo la Striscia di Gaza e non solo possa bastare come deterrenza rispetto a nuovi attacchi, ma è anche vero che questo aumento delle forze militari non ha fermato gli attentati di questi giorni. E questo nonostante centinaia di arresti dall’inizio dell’anno.

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