“A causa delle condizioni insostenibili laggiù, alcuni cittadini bosniaci che si trovano in Siria e in Iraq hanno contattato i servizi di sicurezza bosniaci per tornare nel loro Paese”. Così la procura centrale di Sarajevo ha annunciato la decisione di alcuni jihadisti bosniaci: disposti a scontare la propria pena detentiva in patria pur di fare ritorno a casa.

Sono sempre di più, infatti, secondo la procura centrale, i combattenti bosniaci dell’Isis a voler fuggire dai teatri di combattimento. Pur di scappare dal Califfato sono disposti, secondo quanto dichiarato dalle autorità locali entrate in contatto con loro, “a dichiararsi colpevoli e scontare la propria pena in carcere”. Che secondo una legge entrata in vigore nel 2014, prevede per i jihadisti pentiti, pene detentive fino a 20 anni.

Ma gli sconti di pena non sono rari. Come nel caso di Emin Hodzic, un ex jihadista che ha ammesso di fronte alle autorità di aver combattuto in Siria e in Iraq nelle fila dell’Isis nonché di aver formato un gruppo terroristico, e che è stato condannato, dopo il patteggiamento, a solo un anno di reclusione. Il tribunale bosniaco che aveva inflitto una pena così moderata all’ex jihadista, aveva motivato la propria decisione affermando che tale pena, era da considerarsi “conforme al ruolo che l’imputato ha avuto nel commettere il reato”. Non è il solo caso di foreign fighter a cui non viene applicato il massimo della pena previsto dalla legge: altri quattro jihadisti pentiti, infatti, nel dicembre scorso erano stati condannati in primo grado a scontare, in tutto sette anni e mezzo di reclusione. Il reato imputato ai quattro ex miliziani di Isis, era stato invece quello di “partecipazione a conflitti armati all’estero”.

Secondo quanto dichiarato dal portavoce degli investigatori, Boris Grubesic, citato dalla Agence France Press, “decine di persone sono sotto indagine” e “fino ad oggi 20 persone sono state accusate di agire come reclutatori, o di essersi uniti a gruppi paramilitari” in Bosnia.

Nel Paese, che dopo il conflitto degli anni Novanta e in seguito all’afflusso di mujaheddin dall’Afghanistan dopo l’invasione sovietica del Paese nell’89 è stato soggetto all’infiltrazione di elementi radicali islamici, sia nelle istituzioni sia nella società, il 45% della popolazione è di religione musulmana.

Le autorità locali, secondo le stime più recenti hanno fatto sapere che i combattenti bosniaci che sono partiti per arruolarsi nelle fila dello Stato Islamico in Iraq e Siria, sono attualmente stimabili in un numero compreso tra 130 e 330 jihadisti. Molti sono partiti anche con le proprie famiglie. Secondo quanto ha dichiarato nella giornata di martedì, intervenendo all’assemblea parlamentare della Nato, il ministro della Sicurezza di Sarajevo, Dragan Mektic, 45 di loro sarebbero già morti, mentre circa una cinquantina sarebbero rientrati in patria.

Il ministro ha inoltre affermato che nel Paese esistono “un certo numero di comunità da cui si reclutano esecutori di atti terroristici o combattenti per la Siria e l’Iraq”. Un ulteriore problema, a questo proposito, è rappresentato nel Paese anche dalla presenza di armi residuate dalle guerre degli anni Novanta e che potrebbero essere in possesso dei gruppi radicali presenti sul territorio, che rappresentano oggi la più grande sfida alla sicurezza in Bosnia. “Finora abbiamo formalizzato 20 atti d’accusa per quest’ultimo reato e sono state pronunciate due condanne”, ha concluso il ministro, affermando infine che la Bosnia ha anche emesso mandati di cattura internazionali nei riguardi di tutti i foreign fighter bosniaci che stanno combattendo nelle fila dell’Isis.

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