L’autobus incendiato a Milano ha sconvolto la mattina del capoluogo lombardo. Non c’è ancora una chiara definizione dell’episodio: ma ormai in molti iniziano a parlare di terrorismo. Perché il gesto di Ousseynou Sy, l’italiano di origini senegalesi che ha dato fuoco allo scolabus, voleva compiere una strage, come ha dichiarato lui stesso, e poteva sicuramente compierla. In ogni caso, ha seminato il terrore, riuscendo a creare un pericolo e inquietante precedente nella quotidianità degli italiani.

Ma il gesto di Sy non è certo il primo in Europa né nel mondo. E la decisione del senegalese di incendiare lo scuolabus sulla Paullese, non è che l’ultimo di una lunga serie di episodi di un terrorismo strisciante, molto pericoloso, e che coinvolge diverse parti del mondo. E in questo senso, i “maestri” del potenziale terrorista sono molti, in particolare dall’Estremo al Medio Oriente.

L’ultimo episodio è quello avvenuto in Cina, dove un folle armato di coltello ha dirottato un autobus per poi prenderne il controllo e lanciarlo sulla folle. L’attacco è avvenuto a Natale nella città di Longyan, provincia di Fujian. Il bilancio fu di cinque morti e decine di feriti. Un attacco che arrivava dopo una lunga serie di attentati basati sullo stesso modello: dirottamente, spesso con un coltello, e poi lancio del bus contro la folla di passanti.

La Cina non ha mai voluto rendere troppo pubblica l’escalation di questo tipo di attentasti. Ma Pechino sa benissimo di avere un problema con questo tipo di terrorismo. E ha più volte puntato il dito sugli islamisti uiguri, parte di quella minoranza dello Xinijang che Xi Jinping vuole irregimentare nei canoni del socialismo cinese, epurandolo da connotati estremisti e radicali.

Ma la Cina non è la sola a dover gestire il fenomeno dei bus sotto attacco, molto spesso dati alle fiamme. In Asia centrale, il terrorismo di matrice islamica ha spesso colpito gli autobus, dal Pakistan all’Afghanistan. Paesi dove il sangue scorre spesso in maniera copiosa nelle strade di Islamabad così come di Kabul e delle altre città dei due Paesi.

In Medio Oriente, la strategia della tensione ha spesso colpito gli autobus. Lo ha fatto in particolare in Israele, dove le strade di Haifa, Tel Aviv e Gerusalemme sono spesso state teatro di attacchi incendiari da parte di gruppi islamisti. Una strategia unisce lo Stato ebraico anche al mondo arabo, in particolare all’Egitto, dove di recente gli autobus dei fedeli copti sono stati spesso oggetto di violenti attentati da parte dello Stato islamico o di gruppi affiliati. Anche in questo caso, si è preso di mira uno dei mezzi considerati da sempre meno “altisonanti”. Non si colpisce l’aereo o il treno, diventati tristemente famosi nelle grandi stragi dell’11 settembre o di Atocha a marzo. Così come non si prende di mira la metropolitana, da sempre considerata uno dei principali mezzi di trasporto pubblico obiettivo della strage. Si colpisce l’autobus, un mezzo dove è sempre più difficile avere il controllo degli accessi.

Una strategia che adesso sembra essere arrivata anche in Italia, anche se questa volta il movente non è affatto legato al terrorismo islamico. Ma si può inevitabilmente parlare di un gesto legato a una pericolosa scia di sangue che questa volta, grazie alla dinamica dell’attacco, in Italia non è arrivata a fare vittime. Ma lo strumento e i metodi sono molto inquietanti. E quella frase di Sy non lascia dubbi: “Da qui non esce vivo nessuno”.

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