Torna la tensione in Tunisia ed ancora una volta sono le città del sud del paese a creare non pochi grattacapi al governo centrale in fatto di sicurezza ed ordine pubblico; in particolare, nella scorsa giornata di lunedì, violente manifestazioni si sono registrate nelle province meridionali del paese ed in special modo presso la città di Tataouine, capoluogo dell’omonimo governatorato e cuore della cultura berbera tunisina essendo questa parte del paese quella che ‘lascia’ idealmente il Mediterraneo per addentrarsi nel Sahara. Tra le rocce del deserto ed i villaggi immersi nel caratteristico scenario berbero, reso famoso anche per via di alcuni episodi di Guerre Stellari girati proprio in questa provincia, sussiste però anche una qualità della vita che non accenna a migliorare e che rimane molto arretrata anche rispetto al resto del paese: disoccupazione, specie tra i giovani, e diffusa povertà sono tra i problemi più avvertiti e che rischiano, ancora una volta, di mettere a repentaglio la stabilità della Tunisia.Gli scontri di Tataouine e la morte di un manifestanteL’intero paese è in questo momento attraversato dalla paura di ritrovarsi ancora una volta nel piano di proteste che rischiano, in una fase così delicata per la Tunisia, di creare situazioni difficilmente gestibili sia a livello politico che sociale; il timore di uno scenario simile ai giorni del gennaio 2011, quando cioè lo stato tunisino di Ben Alì implose sotto i colpi delle proteste popolari dando il via a quella che poi è stata soprannominata ‘Primavera Araba’, è aumentato dopo la morte di un manifestante durante lo sgombero di un sit in ad El Kamour, circa 100 km più a sud del capoluogo Tataouine. La mente di tutti i tunisini è andata a quanto avvenuto nel dicembre 2010 quando, dopo la morte in piazza di un ragazzo esasperato per via del sequestro della merce che stava vendendo nella città di Sidi Bouzid, sono iniziate le sommosse che hanno poi incendiato l’intero paese.La cacciata di Ben Alì, all’epoca, ha aperto numerose speranze al popolo tunisino, oggi a distanza di sei anni invece i primi accenni ad una nuova destabilizzazione delle istituzioni appaiono agli occhi di molti come un fattore di ulteriore timore per le condizioni di un paese le cui promesse di maggiore democrazia e migliori condizioni di vita, sembrano essersi infrante sul muro di una realtà che vede invece la Tunisia ancora ferma al palo ed alle prese con gli atavici problemi inerenti la disoccupazione e la corruzione. Che la situazione sia molto delicata, lo dimostra la decisione del governo di inviare numerosi uomini dell’esercito nel governatorato di Tataouine ed in special modo ad El Kamour, dove si è registrato il decesso del manifestante sopra riportato; per le autorità di Tunisi, il timore maggiore è che le proteste dilaghino nel resto dal sud al resto del paese visto che già nella capitale sono state convocate diverse manifestazioni in segno di solidarietà alla famiglia del ragazzo deceduto. Inoltre, nelle scorse ore, lo stesso governatore di Tataounie, Mohamed Ali al-Barhoumi, ha rassegnato le dimissioni così come riportato da numerose agenzie e come confermato dal diretto interessato presso il proprio profilo Facebook.Un’economia che stenta a riprendersiDisoccupazione giovanile al 30%, una crescita debole che non va oltre il punto percentuale, un calo drastico del flusso turistico dopo gli attentati del museo del Bardo e di Sfax: questi sono soltanto alcuni dei dati che testimoniano come la Tunisia post 2011 non è riuscita a trovare la strada dello sviluppo e della risoluzione degli stessi problemi economici che hanno procurato quel malcontento detonatore delle proteste contro Bel Alì. Le manifestazioni di queste ore quindi, inquietano certamente ma al tempo stesso non sorprendono: un paese già in difficoltà, avverte condizioni sociali ancora più gravi nelle sue province meridionali e non è un caso se oggi è proprio da lì che arrivano le principali spine sul fianco per le autorità di Tunisi; non trascurabile è anche la percezione della corruzione nella popolazione, la quale sperava dopo la caduta dell’ex presidente di poter avere amministrazioni ed istituzioni più trasparenti.Spesso considerata come l’unico esempio virtuoso e positivo della primavera araba, la Tunisia in realtà si riscopre ancora debole sotto il profilo sociale ed economico, con istituzioni che faticano ad essere percepite come vicine ai bisogni della popolazione; l’unica notizia positiva di queste ore, è l’atteggiamento tenuto da Ennahda, il partito islamico che nelle elezioni del 2014 non è riuscito ad avere la maggioranza relativa ma che ha proprio nelle regioni meridionali il principale bacino di voti: l’invito alla calma più volte ripetuto dai principali leader della formazione politica (che fa parte del governo di unità nazionale dallo scorso mese di agosto), potrebbe portare ad un abbassamento della tensione nei vari sit in di Tataounie. Pur tuttavia, l’insofferenza e l’insoddisfazione, specie tra i giovani, è talmente diffusa in Tunisia che quanto sta accadendo in queste ore potrebbe ben presto allargarsi dal sud del paese fino agli altri governatorati, con la popolazione che resta quindi con il fiato sospeso.Il pericolo jihadista sempre più in agguatoOltre ai problemi economici e sociali sopra esposti, la Tunisia da anni deve affrontare la problematica dell’estremismo islamico e della propagazione dell’ideologia salafita specie tra i più giovani; nonostante la società civile sia annoverata tra le più ‘moderne’ del mondo arabo, la povertà e le difficili condizioni di vita in molte delle regioni rurali fanno del paese una vera e propria fucina di terroristi. Non solo la piaga della sicurezza interna, con Tunisi e Sfax colpite da recenti attentati dell’ISIS , ma anche quella dei foreign fighters: proprio nello scorso mese di febbraio, il NYT ha parlato di almeno duemila combattenti dello Stato Islamico presenti in Siria ed Iraq e pronti a spostarsi in Libia od a tornare in patria; del resto, a testimonianza del problema relativo al terrorismo salafita, l’attentatore che il 14 luglio scorso provocò la strage di Nizza lanciando a tutta velocità il proprio tir sulla folla, era tunisino.Un’eventuale instabilità politica derivante da primi ma significativi segnali di diffuse proteste nel paese, sarebbe una pessima notizia non solo per la Tunisia ma anche per l’intera regione del Magreb già alle prese con il fallimento, di fatto, dello stato libico e con la piaga del terrorismo presente anche nell’Egitto di Al Sisi; un’ulteriore perdita di credibilità e di peso, agli occhi dei cittadini, delle istituzioni tunisine potrebbe portare i gruppi salafiti ad insinuarsi con maggiore facilità nei territori più vulnerabili del paese, in special modo lungo la già di per sé poco controllabile frontiera con quel che resta della Libia. Per l’Italia, dirimpettaia della Tunisia, un’eventuale escalation delle proteste potrebbe non essere un bel segnale: proprio nello scorso mese di febbraio, Roma ha siglato con le autorità tunisine un accordo di cooperazione valevole soprattutto per il contrasto al traffico di esseri umani nel Mediterraneo.

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