Nonostante il colpevole silenzio calato sulle questioni legate al jihadismo nel Sahel in questi difficili mesi segnati dalla pandemia di coronavirus, l’azione delle compagini terroristiche nell’area è tutt’altro che scemata. Anzi, proprio in questo 2020 la forza dei gruppi che si rifanno al Jihad islamico sembra essere ulteriormente cresciuta, con una nuova serie di attacchi che hanno creato una scia di morti superiore a quella degli ultimi anni. L’ultimo in ordine di tempo si sarebbe infatti verificato in una riserva del Niger, dove un convoglio umanitario francese composto da nove persone è stato assaltato da un gruppo non ancora chiaramente identificato di uomini in motocicletta, nella più classica delle incursioni che hanno contraddistinto la guerriglia saheliana. E a riguardo, come riportato dalla testata francese Le Monde, i portavoce della Francia avrebbero già espresso il proprio rammarico e soprattutto e soprattutto la volontà – o necessità – di portare avanti le operazioni di bonifica nell’area.

Dal Mali al Niger: un 2020 di sangue

Come sottolineato precedentemente, mentre per il resto del mondo il 2020 è stato segnato dalla pandemia di coronavirus nel Sahel sarà ricordato come l’anno che ha segnato un nuovo aumento degli attacchi e delle vittime del jihadismo islamico. Il Paese più colpito, sotto questo aspetto, è risultato il Mali, dove gli attacchi dei “terroristi in motocicletta” si sono concentrati soprattutto sulle caserme e sui check point dei militari maliani. Ma non solo, anche il Burkina Faso ha visto un grosso aumento delle incursioni della compagini jihadiste, generando al solo 21 febbraio di quest’anno un’ondata di profughi in Africa stimata attorno alle 150mila persone in fuga dal Sahel burkinabe.

Nonostante l’aumento dei contingenti europei attivi nella regione, dunque, la stabilità del Sahel non sembra essere migliorata, ma al contrario sembra aver acuito ulteriormente le proprie criticità. In una situazione che, abbinata alla pandemia di coronavirus ed alle carenze alimentari che nel solo Sahel avrebbero messo in pericolo oltre 2 milioni di bambini, rischia di avere dei risvolti davvero drammatici: ancora peggiore rispetto al trascorso degli ultimi anni. E la situazione, purtroppo, sembra essere generalizzata in tutta la regione.

È possibile sradicare il Jihad dal Sahel?

La “questione saheliana” nasce nell’epoca della decolonizzazione da parte della Francia, con i suoi risvolti più drammatici che hanno avuto luogo negli ultimi anni a causa di uno scemato controllo da parte degli ordini costituiti della regione. In questa situazione hanno avuto la meglio i gruppi terroristici legati al Jihad islamico, che sono stati infatti in grado di portare a sé una grande mole di adepti che col passare degli anni hanno messo a ferro e fuoco il basso Sahara. Nonostante dunque le operazioni portate avanti dalla Francia – in accordo con gli eserciti ed i governi regionali – la situazione non sembra essere cambiata, logorando anche la stessa pazienza della popolazione che , come nel caso del Mali, è arrivata a “ripudiare” le ingerenze francesi. E in questo scenario, dunque, l’odio della popolazione per l’esercito europeo ha generato una situazione nella quale gli osservatori della regione sono arrivati ad attendersi un nuovo incremento dei reclutamenti jihadisti, inficiando i duri anni di lavoro portati avanti a Bamako.

L’estrema lunghezza del conflitto e soprattutto tutte le difficoltà accessorie che vessano la popolazione saheliana sono il problema ed al tempo stesso la causa del grande successo del fondamentalismo religioso della regione; in una situazione destinata a peggiorare con le criticità del 2020. E soprattutto, che pone di fronte ancora una volta alla questione circa le reali capacità della Francia e dei suoi alleati di poter debellare una piaga che, a suo tempo, contribuirono a creare e che adesso ha raggiunto dimensioni difficilmente controllabili.

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