Una sorta di “ambasciatore” dello Stato islamico per la Turchia. In questa veste Abu Mansour Al-Maghrebi gestiva “i casi internazionali”, facilitando il transito dei foreign fighters dalla Turchia alla Siria.

La storia di Abu Mansour inizia a Casablanca, in Marocco, l’11 settembre 2001. Ancora giovane, il futuro emiro del califfato rimane scosso dalle immagini dell’attentato che ha colpito New York. Un dettaglio, in particolare, attira la sua attenzione. Si tratta di una frase, pronunciata dall’allora presidente statunitense, George W. Bush: “Ogni nazione, ora deve prendere una decisione. O con noi o contro di noi”. In quel momento, Abu Mansour decide di schierarsi.

“Ho cercato chi fosse dalla parte dei musulmani”, racconta l’uomo in un’intervista rilasciata a Anne Speckhard e Ardian Shajkovci, dell’International Center for the Study of Violent Extremism. Da quel momento, Mansour ha iniziato a seguire le operazioni di Al-Qaeda in Iraq, radicalizzandosi sul web.

“L’invasione dell’Iraq ha colpito l’animo dei musulmani molto di più dell’invasione dell’Afghanistan” – spiega l’uomo- “Da quel momento abbiamo iniziato a formarci. Sapevamo di stare combattendo contro persone abili e che quindi dovevamo prepararci molto bene. In Marocco, molti gruppi avevano scelto la resistenza, ma erano stati catturati poco dopo la loro formazione. Questo mi ha reso molto attento e paziente nello scegliere il momento opportuno”.

L’ambasciatore dell’Isis

L’occasione giusta arriva nel 2013, con la possibilità reale di istituire uno Stato islamico in Siria. “Volevamo dare un’identità ai musulmani per proteggerli e per essere liberi di svolgere i nostri compiti islamici” – racconta l’emiro – “Non volevamo combattere, uccidere o vendicarci. Volevamo soltanto liberarci dei dittatori, di questi governi che non avevamo scelto”.

Abu Mansour parte quindi per la Siria. A Idlib arriva proprio mentre infuriano le ostilità tra Al-Nusra e lo Stato islamico. Assoldato dal califfato, il suo ruolo è quello di occuparsi del flusso ininterrotto di foreign fighters proveniente dalla Turchia.

Abu Mansour parla di una rete di persone, pagate dall’Isis, che avevano l’incarico di facilitare il viaggio dei foreign fighters da Istanbul alle città turche di confine, in particolare, Gaziantep, Antiochia e Sanliurfa. Non si tratta, però, di individui che condividono l’ideologia dello Stato islamico; “l’obiettivo della maggior parte di loro erano i soldi”, confida l’emiro.

I foreign fighters

Interrogato sul transito dei combattenti stranieri in Siria, l’emiro spiega che “nel biennio 2014 – 2015, hanno raggiunto lo Stato islamico almeno 35 mila foreign fighters. Poi, ogni anno il numero è sceso”.

I foreign fighters “venivano da diverse zone, la maggior parte dal Nord Africa. Il numero degli europei non era altissimo, un totale di 4 mila persone. Tredicimila venivano dalla Tunisia e 4 mila dal Marocco. Dalla Libia provenivano meno combattenti perché già combattevano nel Paese”.

“Il mio lavoro – racconta Abu Mansour – consisteva nel sorvegliare il confine tra la Siria e la Turchia e nell’accogliere i foreign fighters. Supervisionavo l’arrivo presso Tal Abyad, Aleppo, Idlib e le aree di confine. All’inizio registravo le persone, poi sono diventato supervisore”.

Accoglienza e smistamento

Le procedure all’ingresso dei territori del califfato erano diverse per le donne e per gli uomini. “Le donne single andavano direttamente a Raqqa nei centri per single; le donne sposate si ricongiungevano con i loro mariti” – spiega l’emiro – “A queste ultime veniva offerto un alloggio finché il marito non tornava dal periodo di addestramento”. Che prevedeva non solo esercitazioni militari, ma una “formazione obbligatoria sulla sharia”, ovvero sedute di indottrinamento.

Discorso diverso per gli uomini. Una volta giunti nell’area di accoglienza, ai foreign fighters veniva fatto compilare un modulo “molto dettagliato” con informazioni “su esperienza, Paesi visitati, ecc. Molte persone avevano un livello di istruzione superiore. In questi casi, venivano registrati gli studi fatti o le lingue conosciute”.

Prima di ricevere un incarico, bisognava sottoporsi a un secondo step, all’interno dei campi di addestramento. “Gli uffici di reclutamento erano gestiti da persone fidate. Se dicevi di essere un ingegnere, ti mettevano a fare quel lavoro. Era un centro di gestione delle risorse umane, ma, ovviamente, molto particolare. Nel nostro c’era anche l’ufficio ‘Per diventare un martire”.

I martiri e le cellule dormienti

Per coloro che ambivano a morire per la causa dell’Isis, esistevano appositi centri, all’interno dei quali gruppi di aspiranti martiri venivano isolati e incoraggiati a perseguire la loro missione suicida. All’inizio, “prima del 2014 – 2015, un gran numero di persone voleva diventare martire. Circa 5mila individui sono arrivati con l’intento di essere martiri”.

Secondo Abu Mansour, il numero degli aspiranti martiri avrebbe iniziato a diminuire in seguito all’istituzione del califfato. “È iniziato a calare con la stabilizzazione di Raqqa” – racconta l’emiro – “successivamente, la maggior parte delle persone arrivava in Siria soltanto per vivere all’interno del califfato”. In percentuale, “prima del 2014, gli aspiranti martiri erano il 50 per cento; in seguito, meno del 20 per cento”.

Interrogato sul rientro in patria dei foreign fighters, addestrati dall’Isis per divenire cellule dormienti, Abu Mansour dà conferma del fenomeno. “A loro veniva rivolto l’invito a tornare in patria per attaccare, anche se non era questo il nostro compito: noi ci occupavamo dell’accoglienza”.

Una distinzione, tuttavia, è d’obbligo. Secondo l’emiro, non tutti quelli che sono tornati in patria sarebbero cellule dormienti. “Alcuni hanno semplicemente lasciato il lavoro. Ad altri non piaceva la situazione e se ne sono andati”.

Oggi, imprigionato nelle carceri curde, Abu Mansour  ha visto cadere ogni illusione: “Siamo partiti per salvare i musulmani dal controllo autoritario del regime siriano e costruire il sogno dell’Isis, ma alla fine ci siamo ritrovati nella loro stessa situazione. Nello Stato islamico ci sono molti dittatori al comando. A volte mi sento come se fossimo stati usati come un pezzo di carta, bruciato e buttato via”. Infine, un’amara consapevolezza: “Abbiamo cercato di allontanare Al-Assad, ma l’abbiamo sostituito con qualcosa di peggio”.

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