Il fallito attentato di New York poteva essere una strage. Per fortuna non è stato così. L’ordigno, di fattura artigianale, per pur miracolo ha evitato una mattanza, riducendo il numero delle vittime a soli quattro feriti lievi più l’attentatore. Ma la scelta del luogo e l’orario potevano portare a una strage, visto che si trattava di un terminal di autobus nell’ora di punta, dove il flusso dei pendolari è elevatissimo. Akayed Ullah, l’attentatore di origini bengalesi, dice di aver agito per vendetta. Una vendetta che ha motivato per Gaza, per la Siria, e ispirato, a suo dire, dalla propaganda Isis e dagli attentati in Europa contro i mercati di Natale. Idee confuse, ma che dimostrano quanto sia pericoloso l’arrivo capillare dei messaggi dello Stato islamico in ogni angolo remoto del web, soprattutto in quei luoghi in cui menti già predisposte possono ricevere l’ultimo input necessario per avviare il proprio processo di radicalizzazione. Anche in una città come New York. Una megalopoli complessa ma che, rispetto ad altre metropoli occidentali (soprattutto europee) non vive quella ghettizzazione die quartieri dove il radicalismo penetra facilmente e dove le reti islamiste vivono e prosperano in semi-clandestinità.

Quello che colpisce, di questi ultimi tempi è in particolare la capacità di radicalizzazione dei musulmani newyorkesi. Non ci sono attentati in grande stile, non ci sono minacce estremamente gravi, eppure lo Stato islamico colpisce anche negli Usa, nel cuore della Grande Mela, con attentati piccoli ma comunque allarmanti. Ed è interessante che lo faccia in città dove l’ integrazione degli immigrati di fede islamica è sempre stata molto avanzata, tanto che per decenni chiunque arrivasse nel Paese si è sentito assolutamente partecipe della comunità newyorkese. La comunità islamica ha successo, aumentano il numero di imprenditori e manager appartenenti all’islam e la criminalità è scesa rispetto a quella di altre minoranze. Come ricorda anche Fabio Pompetti, per Il Messaggero, a New York è difficile individuare un ghetto islamico o comunque un quartiere dove è irriconoscibile l’America. “I connotati che distinguono i quartieri islamici di una città come New York sono piuttosto fatti dal colore e dal cibo: il nero delle hijab e dei burqa che punteggiano alcune delle avenues, e la fragranza del kebab e delle focacce zaatar che si rovescia nelle strade”. Ma resta comunque un’immagine tipica della multietnicità americana e non di zone alienanti e alienate come quelle delle capitali europee dove serpeggia l’islamismo. Un esempio di questa sedimentazione islamica sono le moschee di Atlantic Avenue, a Brooklyn, dove yemeniti, palestinesi e giordani hanno occupato ormai da 40 anni un vecchio stabile abbandonato. Ma è una sedimentazione non priva di rischi. Nel 2000 questo viale ospitava alcune delle cellule radicali utilizzate come base newyorkese per gli attentati dell’11 settembre del 2001. Le moschee della zona non ebbero un ruolo attivo nella messa in atto degli attentati, ma fornirono dei collegamenti per cui furono decisive nella loro elaborazione. Dal 2001, gli Stati Uniti hanno avviato un controllo asfissiante su quei centri islamici, facendo sì che le reti clandestine s’indebolissero e si spostassero altrove, interrompendo i contatti con le altre reti ma atomizzandosi in singoli individui che operano da casa. Ma non per questo la Grande Mela può dirsi immune dal terrorismo.

I recenti censimenti indicano che New York, nella sola area metropolitana, ha circa 700mila musulmani. Una comunità antica per gli Stati Uniti, se si pensa che già a fine Ottocento sorgeva una Little Syria proprio nei pressi dell’area in cui sarebbe sorto il World Trade Center. Un quartiere popolato dagli immigrati provenienti dalla Grande Siria dell’Impero Ottomano e che nel tempo, proprio con il successo dai suoi abitanti, si è spopolato fino ad essere fagocitato dalla crescita di Manhattan. Qui sorgeva anche una chiesa maronita, distrutta durante il crollo delle Torri. La maggior parte dei suoi abitanti si è trasferita in altre aree, in particolare Brooklyn Heights, Sunset Park e Bay Ridge, con molti negozi che si sono trasferiti proprio ad Atlantic Avenue. Ora, con l’arrivo di altri immigrati, anche gli emigrati dal Bangladesh, come l’attentatore della metropolitana, vivono a Brooklyn, non lontano dal quartiere abitato dalla comunità ortodossa ebraica. Segno del cambiamento dei tempi, della sedimentazione storica dell’immigrazione a New York, ma anche del pericolo dell’evoluzione dell’islamismo. Gesti come quello del 27enne del Bangladesh dimostrano come la storia di New York e della sua convivenza con l’islam potrebbe cambiare. Gli attentati del 2001 hanno aperto una ferita che fatica a rimarginarsi – la stessa amministrazione ha evitato che nascesse una moschea vicino al memoriale delle vittime delle Torri Gemelle – e il rischio è che la Grande Mela scopra un conflitto che la sua storia non aveva mai considerato.

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