Lo shift delle organizzazioni terroristiche di matrice islamica verso il cuore dell’Africa è ormai cosa assodata. Così come sono noti i traffici attraverso cui queste formazioni si autoalimentano: traffico di armi e di droga. Tuttavia, c’è un altro tipo di traffico che sta portando nelle casse dei jihadisti miliardi di dollari ed è quello legato alle miniere d’oro. La zona “affetta” da questa mortale febbre si trova al confine tra Burkina Faso orientale e Sahel, in un’area un tempo dichiarata protetta per preservare la flora e la fauna indigene.

Burkina Faso, il Paese più colpito

L’estrazione dell’oro rappresenta per il Burkina Faso una delle principali attività economiche assieme all’agricoltura di autosussistenza, di cui vive la maggior parte dei locali. Molti di loro però preferiscono la dura e pericolosa vita della miniera al lavoro nei campi, meno redditizio. A schiacciare l’economia locale contribuiscono, invece, le multinazionali, le cui attività sono esenti da imposte e destinate all’estero, ed il governo centrale di Ouagadougou che negli anni è stato incapace di trasformare questa ricchezza naturale in progresso economico prestando il fianco alla proliferazione delle miniere illegali che sostentano circa un milione di persone in tutto il paese. L’emergere dei jihadisti nell’area è coinciso con la scoperta nel 2012 di un bacino aurifero che attraversa il deserto del Sahara dalla Mauritania al Sudan: oggi si ritiene che oltre 2 milioni di persone siano impiegate direttamente in queste miniere di piccole e medie dimensioni, le stesse persone sui cui si cerca di fare proselitismo.

Nell’ultimo anno e mezzo, gruppi armati fino ai denti hanno puntualmente assaltato quest’area per poter scavare nelle zone un tempo proibite, comprare e scambiare oro. I sospetti circa questi traffici erano nati circa un anno fa da un’inchiesta dell’agenzia di stampa Reuters che era riuscita ad intervistare alcuni minatori sotto copertura. L’area interessata non riguarda esclusivamente il Burkina Faso ma anche Mali e Niger,per un traffico clandestino che si aggira intorno ai 2 miliardi di dollari di ricchezza depredata alle casse statali. Le miniere d’oro, oltre ad essere perfetti nascondigli e siti di stoccaggio di armi, sono una fonte di “reddito”  ghiotta per i jihadisti poiché l’oro è la prima risorsa attraverso cui finanziare quasi 20 anni di guerra, guerriglia e attentati terroristici in tutto il mondo. È difficile dire quanto oro producano le miniere e quali gruppi del panorama terroristico le controllino poiché molte sono situate in luoghi in cui le forze governative sono assenti e totalmente in mano ai banditi. La maggior parte dell’oro prodotto in modo illegale viene contrabbandato ai suoi vicini, soprattutto in Togo: da lì, viene trasportato alle raffinerie prima di essere esportato in paesi tra cui Arabia Saudita, Turchia, Svizzera e India. Se in  Burkina Faso si è al controllo quasi diretto di circa 2000 miniere, nel vicino Mali, le Nazioni Unite hanno riscontrato che gruppi di ribelli ormai tassano il commercio dell’oro nella città settentrionale di Kidal, e in Niger, funzionari del governo affermano che gli islamisti chiedono una quota fissa dell’oro prodotto.

Quando i jihadisti sostituiscono lo Stato

Secondo le stime dell’International Crisis Group, gli stati della regione stanno lottando per tutelare in modo efficace le miniere d’oro, tuttavia le forze di sicurezza sono riluttanti a schierarsi nelle aree rurali dove viene contestata la loro presenza e mancano di risorse per far fronte agli attacchi di attori non statali. Gli Stati tollerano quindi, o addirittura incoraggiano, la formazione di gruppi armati di dubbia fedeltà ai quali delegano la responsabilità di controllare le miniere. Questo sistema è ormai prossimo al collasso: di fronte allo Stato che non c’è, i gruppi armati, dopo un breve lasso di fedeltà, sfidano l’autorità statale sfruttando le risorse auree a loro volta.

Il dramma principale di questa presenza della jihad nei bacini auriferi è che i minatori locali non la rilevano come una minaccia, piuttosto come una rassicurazione. I principali gruppi jihadisti nel Sahel beneficiano finanziariamente dell’estrazione dell’oro – un’attività considerata lecita secondo l’Islam – nelle loro aree di influenza. Nella provincia di Soum nel Burkina Faso, i minatori d’oro addirittura pagano gruppi jihadisti per proteggere i siti minerari. Nelle aree di Tinzawaten, Intabzaz e Talahandak il gruppo jihadista Ansar Dine (un membro del Gruppo per il sostegno all’Islam e ai musulmani, meglio noto come GSIM) non ha una presenza armata per proteggere i siti, ma riscuote lo zakat dai minatori.

Alcuni minatori cooperano con gruppi jihadisti per ragioni di pragmatismo più che di convinzione, in particolar modo per riguadagnare il controllo dei siti minerari controversi o nel rocambolesco e contorto tentativo di ottenere giustizia. Nella provincia di Soum, sembra che le comunità si siano avvicinate ai jihadisti a seguito di operazioni antiterrorismo all’inizio del 2019, durante le quali sono state sequestrate attrezzature per l’estrazione dell’oro e persino oro. Nella regione orientale del Burkina Faso il governatore ordinò la chiusura di siti minerari artigianali nel 2018, ufficialmente per tagliare le fonti di finanziamento ai gruppi terroristici. Di conseguenza, i minatori scontenti si sono rivolti verso i jihadisti per sopravvivere: questi ultimi hanno riaperto alcune miniere come quella di Kabonga, nel dipartimento di Pama della Provincia di Kompienga, nell’est del Burkina Faso.

Nel Paese gli attacchi continuano, l’ultimo proprio nel giorno di Natale: 35 civili, la maggior parte donne, e 7 soldati sono morti in un attacco terroristico contro un campo militare nel nord del Burkina Faso, in cui sono morti anche ottanta jihadisti. Qui è ormai in corso una strana guerra di fronte alla quale anche gli organismi internazionali sono prossimi a gettare la spugna: la mescola tra gruppi ribelli, milizie e gruppi terroristici trapiantati e/o affiliati ha creato un crogiolo di violenza e di non-statualità che ormai destabilizza la regione intera. Le mani del terrorismo sui flussi d’oro, tuttavia, fa emergere come l’escalation della violenza nella regione non è solo di responsabilità endemica: dove finisce l’oro trafficato dai jihadisti? Chi lo compra? Chi chiude gli occhi sulla provenienza del regale metallo in Occidente? Con il risultato che anche un bijoux indossato da un’elegante signora occidentale può aver finanziato, indirettamente, il terrorismo internazionale.

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