Lo scorso 27 novembre su InsideOver avevamo anticipato che qualcuno il Libia voleva riaprire il caso Lockerbie, l’attentato del 1988 al volo Pan Am 103 che uccise in Scozia 270 persone, per lo più cittadini statunitensi. Quel qualcuno oggi ha un nome e un cognome: si chiama Abdulhamid Dbeibah e di lavoro fa il primo ministro del Governo libico di unità nazionale (Gun), l’esecutivo “ad interim” basato a Tripoli, sostenuto dalla Turchia, boicottato dall’Egitto e dalla Grecia, riconosciuto con imbarazzo dalle Nazioni Unite; eppure, ancora oggi al potere. E’ stato lui a ordinare al signore della guerra Abdulghani Kikili di arrestare a Tripoli Abu Agila Mohammad Masud, 71 anni, ex agente dell’intelligence ricercato dall’Interpol perché sospettato di aver costruito la bomba usata nell’attacco terroristico, e di consegnarlo alle autorità degli Stati Uniti. Ma perché riaprire un caso chiuso ormai da 20 anni con il maxi-risarcimento da 2,7 miliardi di dollari sborsato da Muhammar Gheddafi alle famiglie delle vittime?

Lotta per il potere

Semplice: Dbeibah vuole rimanere al potere il più a lungo possibile. Il suo governo è sfiduciato dalla Camera dei rappresentanti dell’est e resiste ai tentativi di golpe grazie al decisivo sostegno della Turchia. Circostanza, quest’ultima, che spinge Tripoli a rafforzare la cooperazione militare ed energetica con Ankara, scatenando le vibranti proteste di Grecia ed Egitto. Più il tempo passa, più la legittimità del governo nato per traghettare il Paese alle elezioni viene meno. Ecco, quindi, che Dbeibah tira fuori il cilindro dal cappello: fa rapire Masud dimostrando ai rivali di controllare il territorio e lo consegna agli Stati Uniti, che ne avevano richiesto l’estradizione. Peraltro, negli ultimi mesi la diplomazia libica ha sempre votato a favore delle risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite contro la Russia: una scelta che rinsalda la posizione Tripoli dalla parte dello schieramento atlantico contro Mosca.

Un caso politico

Dopo settimane di silenzio, il premier parla in televisione spiegando che Masud “è un criminale e un terrorista che non può essere difeso”. Ma la mossa di Dbeibah è rischiosa e, come riferisce l’Agenzia Nova, apre un caso politico e giudiziario. I politici dell’est della Libia si sbracciano, gridano allo scandalo, parlando di tradimento, di estrazione illegale, di violazione della sovranità e si offrono perfino di pagare le spese legali all’ex agente dell’intelligence libico. Scordandosi però un illustre precedente: Abu Anas al Libi, leader di al Qaeda e uno degli organizzatori delle stragi in Kenya e nel Tanzania ’98, venne catturato nel 2013 e consegnato agli Usa. Più protestano, più i rivali di Dbeibah si allontanano dall’orbita di Washington che già non vede di buon occhio la presenza dei mercenari russi del gruppo Wagner in Cirenaica e nel Fezzan.  E mentre l’ufficio del procuratore generale libico, Al Siddiq al Sour, avvia un’indagine sull’estradizione di Masud, su Twitter gira voce che il veri motivo per cui Dbeibah avrebbe consegnato l’ex agente libico è mettere le mani sulle partecipazioni azionarie e i conti bancari congelati negli Stati Uniti.

Il tesoro di Gheddafi

E’ molto difficile che ciò avvenga, almeno nel breve termine. Il premier ha già tentato senza successo di sbloccare gli asset congelati a Malta lo scorso settembre. La Libia è ancora sottoposta alle sanzioni delle Nazioni Unite e per riappropriarsi del maxi-fondo sovrano da decine di miliardi di euro, il vero tesoro lasciato da Gheddafi, bisogna passare dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Più probabile che Dbeibah punti realisticamente a migliorare i rapporti diplomatici e commerciali con gli Usa, cominciando ad esempio dalla nomina di un nuovo ambasciatore a sbloccare l’apertura di un consolato a Houston, in Texas. Tutti dossier finora bloccati dal dipartimento di Stato ma che ora, dopo la consegna di Masud, potrebbero vedere nuovi sviluppi.

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