Se negli ultimi mesi del 2021 quella di un terrorismo in grado di rialzare la testa in medio oriente era solo un’ipotesi, a gennaio invece è possibile purtroppo parlare di certezza. L’Isis, mai realmente domato in Iraq come in Siria, è tornato a colpire in modo piuttosto pesante. Attacchi simultanei, contro obiettivi strategici e in zone nevralgiche sia del territorio iracheno che siriano sono l’emblema di quella che è l’attuale situazione. Una ricaduta del medio oriente nell’inferno jihadista sarebbe per l’Europa da un lato un grave pericolo, ma dall’altro anche una grave colpa.

Il duplice attacco del 20 gennaio

In Iraq l’allarme è scattato nella notte tra mercoledì e giovedì. Nella provincia di Diyala, i cui confini si estendono fino alla periferia di Baghdad, uomini armati hanno attaccato una delle più grandi basi militari. L’incursione, attuata con ordigni di diverso tipo, ha colto di sorpresa i militari iracheni presenti. In totale, sono stati undici i soldati a perdere la vita. Poche ore dopo il premier Mustafa Al-Kadhimi a Baghdad ha proclamato il lutto nazionale. Segno della grande impressione suscitata dall’attentato. La mano dell’Isis, secondo le forze di sicurezza irachene, è stata ben evidente. L’attentato è stato effettuato da gente molto esperta e che ben conosceva i punti deboli di una delle più grandi basi militari del Paese. Non quindi una banda comune oppure una cellula jihadista dura a morire. A compiere l’attacco sono stati miliziani dell’Isis riusciti a riorganizzarsi tra le colline poco controllabili delle province di Diyala e di Kirkuk, lì dove si annidano i campi base dello Stato Islamico. Per Baghdad un doppio smacco: non solo le forze di sicurezza non sono riuscite a prevenire un grave attentato contro propri soldati, ma si è avuta anche la dimostrazione di come lo stallo politico che da mesi attanaglia il Paese sta rischiando di far scivolare il Paese nuovamente nella spirale jihadista.

Nelle stesse ore l’Isis è riuscita a portare avanti un altro grave attacco in Siria. Nella città di Al Hasakah, nel nord del Paese, miliziani jihadisti hanno attaccato un carcere di massima sicurezza. Il bilancio è stato pesante: almeno 70 le vittime e più di cento i feriti ma soprattutto, come nel caso dell’attacco in Iraq, la consapevolezza di avere a che fare con gruppi jihadisti capaci di rialzare la testa. L’attentato infatti è stato portato avanti da miliziani ben organizzati e in grado di sfruttare l’impreparazione delle forze di sicurezza dell’Sdf, la milizia curda che controlla la zona. Il nuovo attacco è avvenuto in un territorio fuori dal controllo del governo di Damasco e dove tutti i siti più strategici sono affidati ai combattenti curdi non in grado di garantire un elevato livello di sicurezza. L’Isis, oltre ad aver inferto un colpo importante nel morale delle milizie Sdf, è riuscita a far evadere molti dei suoi detenuti. Decine di terroristi adesso sono liberi e in grado di colpire in altri posti strategici del medio oriente.

Perché l’Isis sta rialzando la testa

La nuova stagione terroristica dello Stato Islamico era prevedibile. In Iraq le incertezze politiche, unite alle mai del tutto terminate dispute tra governo federale e regione autonoma curda, hanno dato la possibilità e il tempo all’Isis di organizzarsi. In Siria la situazione è ancora peggiore. Qui di fatto i miliziani catturati durante le azioni guidate dalla coalizione anti califfato sono stati “parcheggiati” in campi di prigionia diventati vere bombe sociali. Ad Al Hasakah, città curdo-siriana più importante, così come nelle zone della provincia di Deir Ezzor e delle aree ad est dell’Eufrate, centinaia di combattenti sono stati affidati alle poco attrezzate milizie dell’Sdf. Anche perché molti di loro hanno un’origine europea. Si tratta di foreign fighters francesi, inglesi, tedeschi, belgi e anche, ma in misura molto minore, italiani. Farli rientrare in Europa sarebbe stato, nell’ottica delle principali cancellerie del Vecchio Continente, molto pericoloso. Le carceri si sarebbero potute riempire di numerosi miliziani, con la prospettiva poi di condanne lievi e quindi di vedere molti di loro liberi.

Negli ultimi anni è stata proposta l’istituzione di un tribunale internazionale per giudicare chi si è macchiato di gravi reati durante l’era del califfato. Ma alla fine non si è fatto nulla. Tutto è stato delegato agli iracheni, internamente divisi e debilitati dalla guerra contro l’Isis e ai curdi. Oggi i problemi stanno venendo a galla nella loro drammaticità. Baghdad non riesce a tenere botta al rinnovato attivismo dei gruppi locali ricollegati allo Stato Islamico. In Siria invece i curdi oramai non hanno più forze adeguate per fronteggiare la presenza pluriennale di centinaia di miliziani “abbandonati” dall’Europa. Adesso nei due Paesi in cui l’Isis era riuscita a fondare un Califfato Islamico, i terroristi sono nella condizione di organizzarsi e lanciare nuovi attacchi. Un problema anche per l’occidente. Se gli islamisti dovessero nuovamente spostare qui il loro baricentro, si tornerebbe indietro di parecchi anni. Con la prospettiva di tornare ad avere cellule jihadiste in grado di progettare attacchi anche in Europa.

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