L’incubo dell’Isis torna a scuotere i già fragili sistemi di sicurezza dei Balcani. Secondo quanto confermato da Europol, lo Stato Islamico avrebbe inserito i Balcani nel mirino del jihad, sfruttando la rotta balcanica dei rifugiati e la rete islamista presente nella regione dell’Europa sudorientale. La minaccia, secondo quanto riportato dall’agenzia europea, non sarebbe racchiusa all’interno degli Stati balcanici, ma all’esterno, e cioè dai foreign fighters di ritorno.

Da Kosovo, Bosnia, Macedonia e Serbia sono partiti circa ottocento combattenti che, con la disfatta dell’Isis nelle sue ultime roccaforti mediorientali, sarebbero ora sulla via del ritorno verso la madrepatria. Il lato positivo è che i numeri dei miliziani in partenza sono in netto calo, se non quasi azzerati. Il lato negativo, tuttavia, è che le centinaia di miliziani pronti a tornare saranno non soltanto perfettamente addestrati al terrorismo, ma anche indottrinati e pronti a indottrinare nei loro Paesi d’origine, costituendo cellule del terrore collegate comunque alle centrali di potere dello Stato Islamico. I Balcani, e soprattutto l’islam locale presente dai tempi dell’Impero Ottomano, sono da sempre nel mirino del jihad del Califfato. Negli ultimi numeri di Rumyah, la rivista ufficiale del Daesh, l’islam moderato balcanico e i cristiani ortodossi della regione sono i nemici cui la propaganda ha puntato il dito e verso cui ha incitato gli affiliati ad attivare la propria lotta. Il messaggio rivolto ai Balcani è chiarissimo: “Non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo i Balcani, lo giuriamo su Allah.”

Tanto è bastato per destare l’allarme nelle intelligence di tutta la regione, consapevoli che il rischio, soprattutto con la fine della guerra in Siria, diventa sempre più elevato. Nel mirino dell’Isis sono entrati in particolare la Serbia, la Croazia e i musulmani non legati alle correnti radicali dell’islam, soprattutto per quanto riguarda la Bosnia Erzegovina. Secondo quanto confermato da Europol, la minaccia del radicalismo islamico nell’area occidentale dei Balcani è qualcosa di abbastanza concreto, che merita un approfondimento soprattutto da parte delle forze di sicurezza di tutta l’area. Mentre prima l’islam bosniaco era un islam sostanzialmente moderato, mai sfociato in derive jihadiste, quanto più che altro legato a profili entici, adesso il salafismo sta penetrando anche in queste zone. Negli ultimi anni, predicatori non bosniaci ma provenienti dal Medio Oriente, hanno iniziato a costruire intorno a loro una rete sempre più fitta di proseliti.

I seguaci, se prima andavano a gonfiare le fila del Califfato, adesso rappresenterebbero la base su cui costruire un sistema jihadista balcanico, anche come piattaforma logistica da cui far partire il terrorismo per tutta l’Europa. Con la cosiddetta rotta balcanica, il fiume di rifugiati provenienti dalle aree di guerra e con la libertà di movimenti all’interno dell’Unione Europea, lo jihadismo Balcani avrebbe già una sua facilità di azione peculiare rispetto ad altre aree del mondo. Per quanto riguarda la Serbia, la minaccia è particolare, perché s’innesta su una propaganda di odio nei confronti del cristianesimo e di vendetta rispetto a quanto avvenuto nelle guerre degli anni Novanta. In realtà, è del tutto evidente che più che colpire la Serbia per la sua fede, il motivo principale è l’alleanza tra Belgrado e Mosca, che anche in Siria ha mostrato la sua vivacità grazie all’impiego di uomini delle forze serbe per aiutare l’esercito russo nell’eliminazione dei campi minati. Belgrado rappresenta, ancora oggi, il bastione russo nei Balcani. Un motivo sufficiente per inserirla nella black-list del Califfato, che ovunque colpisce gli alleati di Mosca. In questo senso, a destrare preoccupazione è soprattutto l’odio etnico-religioso fra serbi e kosovari.

Il Kosovo subisce da molti mesi l’aumento di fenomeni di radicalismo islamico, che potrebbero unirsi al già ampio e intricato tema del conflitto etnico. Inoltre, la povertà endemica del Paese e della regione, unito alla propaganda nazionalista, potrebbe giocare un ruolo determinante nel dare un supporto sociale alle mire jihadiste dello Stato Islamico. A giocare un ruolo primario nella campagna di radicalizzazione dell’islam kosovaro è, infatti, soprattutto l’offerta di una vita migliore. L’Isis offre soldi, non soltanto il martirio, e questo colpisce nel profondo un tessuto sociale dove la soglia di povertà è superata da poche famiglie rispetto alla maggioranza della popolazione. Proprio per questo motivo, la propaganda del Califfato ha deciso di interessarsi ai Balcani usando non soltanto motivazioni culturali e storiche, ma anche cercando di offrire risposta al risentimento di molti strati della popolazione che si sentono vittime della politica della Serbia.

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