É passata più di una settimana dall’uccisione di Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi, il leader dell’Isis scovato in una località siriana non lontana dal confine con la Turchia. I media vicini allo Stato Islamico non hanno mai commentato ufficialmente l’evento. Non ci sono state, almeno per il momento, minacce di vendetta e chiamate alle armi. Il mondo jihadista, in questa fase, si starebbe riorganizzando. Ma non è semplice. I membri del consiglio della Shura sono braccati e dispersi tra Siria e Iraq, le comunicazioni non sono semplici e potrebbero passare giorni, se non settimane, prima di assistere a delle novità. Sono due comunque gli aspetti fondamentali dell’Isis post Al Qurayshi: da un lato la frammentazione dell’organizzazione, dall’altro una possibile lotta tutta interna tra le anime dell’Isis, in particolare tra quella magrebina e quella siro-irachena.

La frammentazione dell’ex califfato

L’Isis di Al Qurayshi era profondamente diverso da quello di Al Baghdadi. Quest’ultimo lo ha fondato nel 2013 con l’intento di creare un gruppo autonomo rispetto ad Al Qaeda e ha poi coltivato il sogno di un nuovo grande califfato. Lo Stato Islamico ha controllato vaste porzioni del territorio siriano e iracheno fino al 2019, reclutando migliaia di combattenti da tutto il mondo. In questa maniera l’Isis ha surclassato Al Qaeda quale gruppo di riferimento della galassia jihadista. Con la caduta, il 23 marzo 2019, di Baghouz il califfato ha cessato di esistere. Pochi mesi dopo, il raid Usa su Barisha ha ucciso Al Baghdadi e lo scettro, in questo contesto, è passato ad Al Qurayshi. E il suo intento è stato quello di organizzare l’Isis nuovamente come un grande gruppo terrorista capace di organizzare attentati in varie parti del pianeta. Nell’aprile 2021, per descrivere la situazione dello Stato Islamico del dopo Al Baghdadi, il giornalista della Bbc Feras Kilani ha coniato per Al Qurayshi il termine “califfo senza califfato”.

Non c’era più un territorio, non c’era più uno “Stato” e il gruppo si è frammentato. Gruppi, cellule, singoli miliziani hanno iniziato a indossare il cappello dell’Isis senza però rispondere direttamente al nuovo califfo. La costola mediorientale guidata da Al Qurayshi soltanto negli ultimi mesi ha dato inquietanti segni di ripresa. I gruppi africani invece sono stati i più attivi. L’Isis del Grande Sahara, l’Iswap (sigla di Isis dell’Africa occidentale), l’Isis in Mozambico, sono soltanto alcune delle strutture africane del califfato capaci di avanzare nel continente. Poi ci sono state anche le avanzate dell’Isis-K, la costola afghana dell’organizzazione. Una frammentazione che probabilmente adesso, con la morte di Al Qurayshi, sarà ancora più accentuata. L’Isis si muoverà, nell’ambito delle varie sfere territoriali, in modo autonomo. Anche nella stessa Europa, dove sono stati registrati movimenti delle cellule presenti nel Vecchio Continente.

La possibile resa dei conti

Tuttavia il gruppo siro-iracheno è destinato sempre ad avere un ruolo di primario riferimento, anche se più sotto il profilo simbolico che operativo. Il forte sospetto emerso in questi giorni tra i servizi di sicurezza però riguarda la frammentazione tutta interna alla fazione “originaria” dell’Isis. Tra Siria e Iraq, tanto nei nascondigli situati nel deserto quanto nelle carceri sorvegliati dai curdi e dai soldati iracheni, non ci sono solo combattenti provenienti dalla regione mesopotamica. Bensì anche dal Magreb, tunisini in primis. Nel febbraio 2019, un mese prima della caduta di Baghouz, si è combattuta una mini guerra civile tutta interna all’Isis. Un gruppo ben armato e organizzato di miliziani tunisini, algerini e marocchini ha attaccato i fedelissimi di Al Baghdadi e forse lo stesso califfo. I combattenti magrebini avrebbero così portato a galla la propria insofferenza derivante da un senso di emarginazione rispetto ai combattenti siriani e iracheni. La rivolta è stata sedata pochi giorni prima dell’arrivo dei curdi a Baghouz. I principali artefici di quello che il The Guardian all’epoca ha definito “colpo di Stato” contro Al Baghdadi sono stati giustiziati.

La stessa designazione di Al Qurayshi quale nuovo califfo ha dato una precisa indicazione: tra Siria e Iraq non deve esserci spazio di potere per i miliziani magrebini. L’erede di Al Baghdadi già negli anni precedenti era ben noto per essere contrario alla presenza di terroristi stranieri in Iraq. Quando era detenuto a Camp Bucca, Al Qurayshi è stato un informatore delle forze di sicurezza Usa ed ha rivelato molti dettagli circa le attività dei foreign fighters. L’insofferenza dei combattenti stranieri sarebbe adesso pronta nuovamente ad esplodere. Nelle carceri situate all’interno dei territori controllati dai curdi in Siria, centinaia sono i miliziani magrebini. Altri sono presenti tra i vari nascondigli dove le forze siriane e irachene non riescono a stanare le ultime sacche di resistenza dell’Isis. Ora che il leader è stato ucciso, una nuova guerra tutta interna all’ex califfato potrebbe essere alle porte. Anche perché, come dichiarato alla Bbc da John Alterman, analista del Center for Strategic and International Studies, “la morte di un capo rende i terroristi ancora più paranoici e questo è distruttivo per loro”.

Le prospettive future

Ad ogni modo, l’aspetto dell’Isis per i prossimi anni sarà quello di una ragnatela di gruppi ben ramificati in diverse aree del pianeta e pronti a colpire in qualsiasi momento. In Europa l’attenzione è massima. Il ritorno di alcuni foreign fighters, la possibilità che gruppi si organizzino con maggiore autonomia e la volontà di molte cellule di tornare all’attacco, potrebbero nei prossimi mesi alimentare la tensione anche dalle nostre parti. Pur se senza leader e probabilmente senza una struttura unitaria, l’Isis rimarrà pericoloso. Tanto in medio oriente quanto nel Vecchio Continente, l’allerta non terminerà facilmente.

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