Lo Stato islamico torna a fare paura in Tunisia. A una decade dalla rivoluzione dei gelsomini che pose fine al regime di Ben Ali, cinque anni dopo i sanguinosi attacchi del Bardo (in cui persero la vita quattro turisti italiani), di Soussee e di Viale Bourghiba, il terrorismo è ancora ben radicato nel Paese culla della primavera araba. A pagarne il prezzo è stato Okba Ben Abdedayem Dhibi, un pastore di 32 anni, decapitato domenica 20 dicembre nelle zone montuose vicino al confine con l’Algeria, presso il Jebel Salloum. Il giovane è stato brutalmente ucciso perché considerato una “spia” della polizia. Il caso ricorda la morte di Mabrouk Soltani, un altro pastore di appena 16 anni decapitato dai terroristi nel 2015 nella regione del Jebel Mghilla, tra i governatorati di Kasserine e di Sidi Bouzid. L’episodio era stato liquidato in questi termini dall’agenzia di propaganda jihadista “Amaq”: “Una spia che lavora per i servizi segreti tunisini è stata eliminata”. Nella stessa zona due anni dopo, nel giugno 2017, il fratello di Mabrouk Soltani, Khalifa, era stato rapito e ucciso probabilmente dagli stessi aguzzini. Ad oggi gli assassini dei fratelli Soltani risultano ancora latitanti.

Chi è stato?

Oded Berkowitz, direttore regionale dell’intelligence presso la società di consulenza di sicurezza israeliana Max Security, non ha dubbi: “I tratti distintivi sono quelli dello Stato islamico, in termini di zona, della persona giustiziata (un pastore, spesso accusati di spionaggio e collaborazionismo) e il metodo della decapitazione”, ha detto l’esperto all’Agenzia Nova. “Ci sono stati diversi casi simili nel corso degli anni. Sono certo che qualcosa al riguardo uscirà su Al Naba (la rivista elettronica dello Stato islamico, ndr) nelle prossime settimane”, ha aggiunto Berkowitz. L’analista Heni Nsaibia del Progetto Armed Conflict Location & Event Data (Acled) ha precisato a Insideover che il gruppo responsabile potrebbe essere in particolare Jund al-Khilafah (i soldati del Califfo), proxy nordafricano delle bandiere nere. “Jund al-Khilafah è praticamente defunto in Algeria, il ramo tunisino è diverso: è emerso come una propaggine di Katibat Uqba bin Nafaa. E’ attivo soprattutto presso Jebel Salloum, Jebel Mghilla e nelle vicinanze. Recentemente si sono spostati anche più a sud nel Jebel Orbata, a Gafsa”, ha detto Nsaibia.

La ricostruzione

Secondo la ricostruzione della stampa tunisina, basata sulle dichiarazioni dello zio di Okba Dhibi, la vittima stava pascolando le sue pecore in altura, accompagnato dai nipoti e dai cugini, quando è stato intercettato da un gruppo di terroristi in cima alla montagna. “C’erano due gruppi di terroristi, un gruppo sugli asini, un altro a piedi ed erano tutti armati. Questi ultimi hanno fatto il nome di Okba, accusandolo di essere un venduto e un collaborare della polizia”, ha detto l’uomo al primo canale nazionale della tv tunisina Watania 1. A quel punto i terroristi hanno legato i giovani malcapitato e portato il pastore più lontano, dove lo hanno colpito alla testa prima di tagliargli la gola. “Lo hanno decapitato! Ho visto il corpo e la testa separati”, ha detto il familiare della vittima, denunciando la situazione di miseria e di mancanza di sicurezza degli abitanti di questa zona rurale lontana dagli stabilimenti balneari della costa.

L’incidente alla Guardia nazionale

A poche ore dall’efferato omicidio, il governo ha inviato a Kasserine il ministro dell’Interno, Taoufik Charfeddine, per porgere le condoglianze alla famiglia al posto del premier Hichem Mechichi, ancora in quarantena anti-Covid dopo la positiva del ministro delle Finanze, Ali Kooli, riscontrata durante la visita in Francia. Il caso (?) ha voluto che una delle vetture del corteo del ministro si schiantasse durante il percorso per le tortuose strade desertiche di Kasserine: tre agenti della Guardia nazionale tunisina, Houssem Ouanes, Achraf Raouahi e Seifeddine Tlili, sono deceduti e altri due sono rimasti feriti. Un incidente destinato ad acuire le polemiche interne dopo il durissimo j’accuse dalla presidente del Partito tunisino dei costituzionalisti liberi, la vulcanica Abir Moussi. “Un paese che conosce il luogo in cui si annida il terrorismo, le sue radici e i suoi sostenitori, non lo combatte seriamente e non lo sradica rigorosamente, è uno Stato sponsor del terrorismo”, ha tuonato la leader populista tunisina su Facebook.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.