Agenti federali statunitensi hanno arrestato questo lunedì l’ex segretario di Pubblica Sicurezza messicano, Genaro García Luna, con l’accusa di aver aiutato i narcotrafficanti del cartello di Sinaloa a operare con “impunità”.

García Luna fu responsabile dell’Agenzia Federale di Inchiesta (AFI) dal 2001 al 2005, durante il governo dell’ex presidente Vincente Fox, e venne poi chiamato alla testa della Pubblica Sicurezza dal 2006 al 2012, sotto l’ex presidente Felipe Calderón.

Successivamente decise di lasciare il paese, trasferendosi in Florida nel 2012.

Secondo i documenti in possesso della corte di Brooklyn, il cartello lo avrebbe corrotto per poter trasferire la droga attraverso la frontiera, oltre a richiedergli informazioni sui gruppi rivali e le loro attività.

García Luna affronterà quindi accuse di cospirazione per traffico di cocaina e per false dichiarazioni rese alle autorità statunitensi. Se la corte dovesse riconoscerlo colpevole, rischia dai dieci anni di carcere all’ergastolo.

Richard P. Donoghue, procuratore del Distretto Est di New York, ha sostenuto che avrebbe “ammassato una fortuna personale di milioni di dollari” difficilmente compatibile con il suo salario di funzionario pubblico e che, dopo aver lasciato i pubblici uffici, avrebbe continuato “a vivere grazie ai milioni di dollari della corruzione” ricevuti dal cartello.

L’arresto nato dal processo al Chapo

Nelle prossime settimane García Luna verrà probabilmente trasferito a New York nel distretto di Brooklyn, dove verrà sottoposto a giudizio dalla stessa corte che condannò lo scorso 12 febbraio Joaquín “El Chapo” Guzmán, capo del cartello di Sinaloa.

Secondo quanto riporta il sito di informazione messicano Animal Politico, il nome di García Luna era emerso proprio durante il processo al narcotrafficante messicano. A novembre 2018, Jesús “El Rey” Zambada, fratello del maggior partner del Chapo e testimone di giustizia del governo statunitense, aveva dichiarato che tra il 2005  e 2006 consegnò due valigie riempite con sei e otto milioni di dollari destinate a García Luna. Lo scopo era evitare l’arresto di suo fratello, Ismael El Mayo Zambada.

Un secondo pagamento avvenne invece nel 2006, quando García Luna era già segretario nel governo di Felipe Calderón.

All’epoca delle rivelazioni, l’ex funzionario messicano negò categoricamente queste accuse, etichettandole come “menzogne e diffamazione.”

Su El Universal, il giornalista Héctor de Mauleón ha ricordato come nel 2008 gli scontri avvenivano non solo per strada, ma all’interno degli stessi corpi di sicurezza che i narcotrafficanti avevano infiltrato per garantire la propria sopravvivenza.

L’architetto della “Guerra alla droga”

Il New York Times ha definito García Luna come l’architetto della “Guerra alla droga”, l’operazione militare contro i cartelli iniziata nel 2006 dal presidente Calderón e portata avanti anche dal suo successore, Enrique Peña Nieto.

Il risultato dell’impiego dell’esercito in operazioni di polizia è stato controverso: da un lato ha permesso la cattura e l’uccisione di molti tra i trafficanti più ricercati del paese, come Edgar Valdez Villarreal, conosciuto come La Barbie, o come, nel 2016, dello stesso Chapo.

Dall’altro, il numero di omicidi in Messico cresce inarrestabile e quest’anno ha superato, come ricorda El País, il ritmo di 100 nuovi morti al giorni, a cui vanno sommati almeno 20.000 desaparecidos. E spesso sono i civili le prime vittime. L’attuale presidente López Obrador non ha mai smesso di incolpare i precedenti governi per aver iniziato la mattanza. Ciononostante, a 12 mesi dal suo insediamento, le politiche per contenere la violenza non sono ancora riuscite a produrre alcun effetto concreto.

Dopo aver appreso dell’arresto, l’ex presidente Calderón ha garantito di essere all’oscuro dei fatti contestati e si è dichiarato profondamente sorpreso da quanto sta accadendo, sottolineando però come la politica di sicurezza della sua amministrazione non fosse il prodotto di un solo uomo.

Ma le voci critiche hanno già iniziato a levarsi: in un editoriale pubblicato dopo l’arresto, il quotidiano messicano El Universal ha sostenuto che le accuse mettono ”in discussione tutta la strategia contro il crimine organizzato adottata durante gli anni di governo del Partito di Azione Nazionale” e, qualora dovessero essere confermate, “rivelano l’alto grado di infiltrazione di cui soffre lo Stato messicano nei suoi livelli più alti, aiutando a capire le ragioni dietro all’espansione del potere criminale.”

La giornalista investigativa Anabel Hernández è stata tra i primi a rivelare i vincoli tra García Luna e il cartello di Sinaloa. In una intervista rilasciata a Radio Fórmula, ha dichiarato che il problema non si risolve però con la detenzione dell’ex funzionario, dato che la struttura da lui promossa all’interno della Polizia Federale è rimasta parzialmente intatta. “La Segretaria della Sicurezza di Stato, Maribel Cervantes; il signor Omar García Harfuch, segretario per la Sicurezza Cittadina di Città del Messico. E molti altri comandanti della Guardia Nazionale erano parte di questo gruppo corrotto,” ha denunciato la giornalista.

Per scoprire se tutta la recente storia messicana andrà riletta sotto una luce diversa bisognerà attendere ancora sei settimane, quando il processo porterà a un primo giudizio.

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