Friedrich Hegel sosteneva che l’unico insegnamento tangibile della storia è che gli uomini dalla storia non hanno mai imparato nulla. Un aforisma su cui riflettere, una lezione fatalista o un cinico risultato di un’equazione applicabile ad ogni epoca e luogo? Per provare a rispondere occorre riportare lo sguardo sull’ultimo grande evento storico che ha catalizzato l’attenzione globale: la presa dell’Afghanistan da parte dei talebani.

Lo choc della riconquista talebana

15 agosto 2021, da giorni circolano notizie di un plausibile arrivo dei talebani a Kabul in concomitanza con il ritiro dei soldati americani. Le voci e le supposizioni, con il passare delle ore, mutano in certezze, i ribelli entrano nella capitale e da quel momento i fatti sono drammaticamente noti: la richiesta disperata dei visti da parte della popolazione, le bandiere bianche con impressi i versi coranici sventolanti sui pickup degli islamisti, le raffiche di kalashnikov per le vie cittadine, l’assalto procelloso del popolo afghano all’aeroporto della capitale, la canea dei cittadini in fuga, l’indignazione globale e il rodìo corale del rimorso sociale. Giorni storici di dirette televisive ed editoriali, di comparazioni ed equiparazioni, di Saigon come Kabul, e di un corale “mai più!”.

Ma il dramma afghano poco a poco è divenuto più silenzioso, lontano, e troppo velocemente ha iniziato ad essere relegato a una cronaca scritta al tempo passato mentre la massima del filosofo tedesco, da brusio lontano e accademico, ha ricominciato a echeggiare, sempre più forte e ammonitrice. A soli quattro mesi da quei drammatici momenti di agosto sta per ripresentarsi infatti un analogo “caso Afghanistan”. Un contingente internazionale che si ritira, un gruppo jihadista che avanza e una popolazione, condannata da anni a un neghittoso oblio mediatico, che rischia di venire travolta dal totalitarismo teologico delle bandiere nere. Dove? In Somalia.

Il ritiro dell’Unione africana

Quattordici anni esatti dopo essere stata schierata per combattere l’insurrezione islamista di Al-Shabaab, la missione dell’Unione Africana in Somalia (Amisom) è arrivata a scadenza di mandato. Il 31 dicembre, come da calendario, il mandato della missione è terminato, l’Onu ha prorogato l’impegno dei caschi verdi per soli altri 3 mesi e le possibilità che possa esserci un ulteriore rinnovo a fine marzo sono molto esigue. Parallelamente, le forze di sicurezza somale, che dovrebbero prendere il testimone lasciato dalla missione Amisom, non sono assolutamente in grado di sostituire in modo efficiente ed operativo le truppe del contingente di peacekeeping, le milizie qaediste, negli ultimi mesi, hanno mostrato di aver rafforzato e perfezionato le proprie tattiche militari e la Somalia, che sta affrontando una burrascosa crisi politica, rischia quindi, in termini molto concreti, di essere un nuovo Afghanistan ma di terra d’Africa.

Il ruolo che ha avuto, all’inizio del suo mandato, la missione di interposizione dell’Unione Africana è stato cruciale per la flebile stabilizzazione dell’ex colonia italiana. Nei primi anni del loro intervento i caschi verdi hanno infatti respinto le forze islamiste dai principali centri abitati, hanno permesso una timida ripresa della nazione, un ritorno delle rappresentanze diplomatiche internazionali sul suolo somalo, e hanno contribuito alla formazione di un sistema politico locale oltre che alla ricostruzione di infrastrutture e servizi basici.

Ma dai successi iniziali si è passati poi a un’impasse militare e politica. Critiche e scandali hanno iniziato a travolgere il contingente dei caschi verdi, la sigla jihadista non solo non è stata sconfitta ma in alcune aree è riuscita a riorganizzarsi e passare al contrattacco e l’obiettivo iniziale dell’Amisom, ovvero portare a una completa stabilizzazione della Somalia, è stato raggiunto solo in parte. Un lavoro importante, certo, ma ben al di sotto delle aspettative.

Alla luce di tutto questo, dopo quasi cinque lustri di missione, i principali donatori internazionali hanno iniziato a mostrarsi scettici sul fatto di procedere a un’ulteriore iniezione di capitale per il mantenimento di una missione che ha evidenti problematicità. E oggi la paventata chiusura dei rubinetti è l’ostacolo maggiore a un possibile rinnovo del mandato dell’Amisom dopo questi re mesi di proroga. L’Unione Europea, le Nazioni Unite e altri supporters internazionali appaiono infatti dubbiosi riguardo al finanziamento della missione. La prima incognita che li attanaglia riguarda l’effettivo valore che ha ora la missione stessa, dal momento che Amisom, negli ultimi anni, ha smesso di passare all’offensiva ma ha iniziato a svolgere unicamente un ruolo di contenimento e protezione delle aree ritornate sotto controllo del governo di Mogadiscio. La seconda incognita è dettata invece dalla stabilità del governo somalo che sta affrontando da mesi una crisi politica paralizzante che vede l’esecutivo contrapporsi agli stati federali che fanno parte della Somalia, uno scontro che è degenerato in una prova di forza tra il presidente ad interim Mohammed Abdullahi, detto Farmajo, e il primo ministro Mohamed Husein Roble. Una frattura in seno al governo che si teme possa degenerare in uno scontro armato tra fazioni e milizie rivali facenti capo rispettivamente al presidente e al premier.

I limiti della missione

Alla luce di questi due fattori i principali finanziatori continuano a chiedersi quali sarebbero quindi i compiti che l’Amisom dovrebbe perseguire e quali garanzie sull’utilizzo dei fondi possono avere loro, in quanto sovvenzionatori, da parte di un governo diviso, con enormi problemi di corruzione, e permeato da faide ontologiche. Il timore che l’estensione del mandato di Amisom non possa avere alcuna possibilità di portare a termine completamente i suoi scopi aleggia in maniera sempre più prepotente e inoltre, a preoccupare particolarmente i donatori è la paura di un impegno molto importante a livello economico per un’operazione ritenuta claudicante già in partenza.

Ma se da un lato queste analisi sono assolutamente legittime e inopinabili, dall’altro lato però è evidente che un ritiro o una drastica riduzione del contingente militare, qualora avvenisse, avrebbe conseguenze peggiori rispetto al mantenimento, con tutte le sue falle e criticità, della missione dei caschi verdi. In sostanza ci si trova di fronte a uno stallo alla messicana nel Corno d’Africa. Mantenere la missione significa infatti finanziare con enormi quantità di capitale un impegno che, ad oggi, si sa già essere in parte fallace. Ritirare il contingente vuol dire invece delegare all’impreparato esercito somalo e al farraginoso e rissoso governo di Mogadiscio il compito di contrastare il gruppo Al Shabaab che invece, negli ultimi mesi, è tornato a colpire violentemente mostrando una preparazione e una struttura molte ben articolate.

La sigla qaedista, che negli anni ha dimostrato di essere una professionista della resurrezione capace di ricostituirsi e riformulare le sue strategie di guerra anche nei momenti più critici, è tornata infatti all’attacco. Negli ultimi mesi c’è stato un feroce acuirsi delle azioni terroristiche e kamikaze nella capitale e nei principali centri urbani e inoltre i miliziani islamisti hanno preso il controllo di intere regioni dell’entroterra. Al Shabaab, da un punto di vista militare, vanta tra le sue fila oltre 10mila uomini e una colonna specializzata in spionaggio, ma un aspetto estremamente importante è che nelle aree dove esercita il suo potere, la formazione salafita è riuscita a creare, come rivela un indagine dell’International Crisis Group, sistemi statuali e servizi basici molto più efficienti rispetto a quelli messi in opera dal governo centrale. E questo, come già si è verificato in altre aree africane amministrate da gruppi appartenenti all’internazionalismo jihadista, ha spinto parte della popolazione ad appoggiare le bandiere nere e la loro politica.

Quale soluzione allora? È evidente che l’impegno e il ruolo di Amisom, che come obiettivo ha quello di portare a una stabilizzazione del Paese, devono essere riformulati. Inoltre devono essere date sicurezze concrete ai finanziatori e la politica somala deve ricucire le falle che stanno facendo marcescire lo sviluppo democratico della nazione. Ma, nonostante tutte le legittime e comprensibili preoccupazioni, la continuazione di Amisom è ad oggi l’unico strumento che può evitare una crisi militare, politica e umanitaria di dimensioni ciclopiche nel Paese africano.

Se però non si arriverà a una nuova pianificazione del lavoro del contingente militare dell’Unione Africana, a una pacificazione politica e i donatori non otterranno le legittime garanzie che chiedono , il ritiro dei caschi verdi sarà inevitabile e a quel punto la realtà, di nuovo, darà ragione al filosofo tedesco.

La Somalia verrà travolta da un’ondata di violenza, le forze islamiste avranno modo di poter passare alla controffensiva su larga scala e il “fattore Afghanistan” si ripresenterà nel Corno d’Africa. In questo caso non ci saranno né una nuova Kabul e neppure una vecchia Saigon, ma un’ eterna Mogadiscio, dal momento che da anni la Somalia è il proscenio dei fallimenti delle missioni internazionali e il prezzo più alto di questi insuccessi lo pagherà, ieri come oggi, la popolazione locale.

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