Mohammed Yusuf fu il predicatore radicale che diede vita alla setta Boko Haram nella città di Maiduguri. Un nome che solo a pronunciarlo, ancor oggi, provoca orrore. Infatti non è stato semplicemente il padre spirituale della setta islamista nigeriana, ma pure di una tragedia che sino ad adesso ha provocato 2,6 milioni di sfollati interni, 20mila morti e oltre 9 miliardi di dollari di danni. Ma il governo di Abuja ha deciso di trasformare la casa di Yusuf in un museo. Una notizia che desta incredulità per una pluralità di  motivi.

Non è una fake news come potrebbe sembrare a una prima lettura, è esattamente come si è letto: la casa del predicatore islamista nigeriano che nel 2002 creò il gruppo oggi affiliato allo Stato Islamico, diventerà un museo dove sarà esposto il materiale relativo alla storia della formazione jihadista.

A comunicarlo alla stampa è stato Mohammed Bulama, commissario per gli Affari interni, l’informazione e la cultura del governo dello stato di Borno. E non è la sola idea che ha proposto perchè ha avanzato anche il visionario progetto di trasformare la foresta di Sambisa, tuttora roccaforte degli islamisti, in una riserva naturale deputata ai safari.

La prima domanda che sorge spontanea è chi mai a questo mondo, ora, possa ipotizzare di fare del turismo a Maiduguri. Di conseguenza, viene quindi anche da chiedersi se con tutte le esigenze e i bisogni primari di cui necessita la popolazione dello Stato del Borno, afflitta anche da una carestia, sia proprio una politica di promozione del turismo ciò di cui ha bisogno. Poi l’opinione pubblica del più popoloso Paese d’Africa e la stampa nigeriana, hanno fatto notare che, essendoci un conflitto in atto, un museo, in questo momento, anzichè avere la funzione di preservare la memoria dell’atrocità compiuta dagli jihadisti rischia di essere frainteso e diventare implicitamente un altare celebrativo del defunto leader del gruppo islamista e di conseguenza della formazione irregolare.

Ibrahim Attahiru, comandante dell’esercito nigeriano nelle ultime ora ha dichiarato che Boko Haram si può considerare tecnicamente sconfitto. Le parole dell’ufficiale però non corrispondono alla realtà. Spesso il governo e i vertici militari di Abuja hanno diffuso proclami di vittoria, ma la setta salafita non è stata decapitata.

È vero che gli jihadisti stanno affrontando un momento di difficoltà come dimostrano le perdite subite, è vero che Boko Haram sta affrontando una frattura interna tra il gruppo di irriducibili legato al sanguinario Shekau e un’ala invece che ha elevato a proprio leader il figlio di Yusuf, Al Barnawi. Ma nonostante questi problemi militari e strutturali il gruppo, come testimonia la mappa diffusa da Ocha a settembre, ha ancora sotto il suo controllo metà del territorio dello stato del Borno oltre che porzioni delle zone dell’Adamawa State e Yobe State. Inoltre la guerra del terrore non cessa e neppure cala d’intensità e ferocia: l’11 dicembre i terroristi hanno compiuto una strage nel campo profughi di Minawao, a novembre oltre 50 persone sono morte durante un attacco a una Moschea e una bambina, pochi giorni fa, si è fatta esplodere tra i banchi del mercato della città di Gwoza.

È quindi evidente che la lotta contro gli jihadisti è tangibile, concreta, attuale e il conflitto continua a mietere vittime. Le priorità quindi, è altrettanto lapalissiano, ora sono altre e più impellenti rispetto all’archiviare prematuramente in un museo il terrore e l’odio di Yusuf, Shekau, Al Barnawi e gli altri membri di Boko Haram.

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