Gli avvenimenti di Haiti, che hanno visto l’utilizzo di TikTok, Instagram e Twitter da parte delle bande per reclutare nuovi adepti e diffondere terrore, sono l’ennesima testimonianza di quanto siano fondamentali i social media per i movimenti criminali. Il rapper amatoriale protagonista della vicenda, conosciuto come “Izo”, ha pubblicato un video su TikTok e Instagram in cui minacciava di massacrare una trentina di persone per vendetta. Nel video è stato attento a non mostrare la pistola, consapevole che i sistemi di sicurezza dei social media avrebbero potuto rimuoverlo o qualcuno avrebbe potuto segnalarlo ai moderatori.

I social media vengono utilizzati in primis come mezzo attraverso cui ampliare la portata del movimento, acquisire maggiore potere e aumentare la coesione del gruppo. Lo scopo dei video è quello di motivare nuove reclute, destare terrore nei rivali e nella popolazione, mettendo contemporaneamente alla prova le capacità di controllo dei contenuti da parte delle piattaforme. I social, però, vengono utilizzati non solo per diffondere messaggi o terrorizzare verbalmente la popolazione, ma anche per condividere immagini violente di cadaveri, corpi mutilati, dando prova visiva del loro potere.

Spesso le immagini, i video e i messaggi vengono diffusi prima su Whatsapp e poi sulle altre piattaforme. In questo modo le chat crittografate dell’applicazione di messaggistica codificano i messaggi in modo tale che possano essere letti solo da mittente e destinatario, rendendo più difficile il rilevamento dei contenuti pericolosi, a meno che non vengano segnalati da un utente.

Quasi il 90% del terrorismo organizzato su Internet avviene attraverso i social media. Le organizzazioni criminali utilizzano i social per diffondere messaggi, reclutare e terrorizzare da quando si è compresa la potenza del mezzo. È noto che i gruppi jihadisti utilizzano piattaforme mediatiche tradizionali come Twitter e Facebook per pubblicare i loro contenuti e creare account sponsorizzati in cui rilasciano notizie e video. Questa comunicazione, che consiste nell’utilizzo delle tecnologie per condurre attività persuasive in rete, rientra nel settore scientifico della captologia, cioè lo studio dei computer come tecnologie persuasive. In poco tempo, strumenti come questi si sono trasformati in mezzi di persuasione e condizionamento delle masse provocando gravi conseguenze.

Le ragioni dell’utilizzo dei social media nelle organizzazioni terroristiche

I social sono mezzi comodi per la rapidità di veicolazione dei messaggi, sono gratuite e di facile utilizzo. Man mano che le tecnologie avanzavano e che le reti sociali si facevano sempre più trasparenti, le reti terroristiche hanno iniziato a celarsi dietro i segnali invisibili delle reti internet. L’utilizzo è prettamente indirizzato a comunicazioni operative, raccolta di informazioni, condivisione di informazioni tecniche, reclutamento, addestramento, ecc. L’esistenza di gruppi terroristici su Internet è rilevabile già dal 1999, per esempio sui forum come al-falluja, al-fidaa, al-shmukh.

In passato era molto complicato per questi gruppi comunicare con le persone che desideravano raggiungere, mentre i social media hanno consentito ai terroristi di rilasciare i loro messaggi direttamente al pubblico verso cui volevano rivolgersi. Uno dei gruppi terroristici conosciuti proprio per il largo uso dei social è Al-Qaeda, il primo a sfruttare appieno le potenzialità di internet, prendendo di mira soprattutto gli utenti occidentali dei social media. Attraverso questa strategia, è riuscita ad organizzare la sua missione non solo per mezzo della diffusione del terrore tra i suoi nemici, ma risvegliando la comunità musulmana.

Anche l’Isis è molto attivo sui social media e utilizza diverse piattaforme come Facebook, Twitter, Instagram, You Tube, Viber, ecc. In questo modo l’organizzazione recluta membri, colpendo personalità più fragili, spesso individuate negli immigrati e nei più giovani, e comunica ai follower e donatori di fondi. Un parallelo utilizzo delle piattaforme ha visto in passato la pubblicazione di video di torture, esecuzioni, decapitazioni, al puro e semplice scopo di terrorizzare gli utenti che si trovano dinanzi ai video. Per diffondere i loro messaggi, sono stati utilizzati una grande quantità di siti e, in questo modo, i brutali video pubblicati online sono stati visualizzati da un gran numero di persone. Nella maggior parte si trattava di video di alta qualità, che mostravano chiaramente le azioni terribili e, spesso, rappresentavano anche una testimonianza delle ultime parole dell’ostaggio. Oltre alla violenza, l’Isis ha spesso condiviso video dei propri membri durante azioni non violente, come aiutare le persone o visitare ospedali, con lo scopo di contraddire l’opinione comune riguardo i gruppi terroristici e i loro membri. L’obiettivo, quindi, è quello di seminare il terrore nei Paesi occidentali e svolgere attività di propaganda e proselitismo rivolgendosi al mondo intero.

Un fermo immagine tratto da un video postato sul profilo Twitter Jihadoscope mostra Ayman al Zawahiri, attuale capo di al Qaida.

Un esempio dell’utilizzo dei social ci viene fornito anche dai talebani, in particolare per l’uso di Twitter, diventato uno strumento chiave di propaganda in occasione del ritorno al potere nell’agosto del 2021. L’organizzazione terrorista somala Al-Shabab, invece, utilizzava un account Twitter sotto il nome @HSMPress: dall’apertura il 7 dicembre 2011, l’account ha raggiunto migliaia di follower. Un esempio di come Al-Shabaab ha utilizzato Twitter per raccontare le proprie azioni è stata la crisi degli ostaggi del Westgate Mall del 2013 a Nairobi: il racconto dell’attacco procedeva mentre era in corso, condividendo una prospettiva alternativa a chi assisteva all’aagguato dall’esterno.

Il gruppo terroristico nigeriano Boko Haram, un’organizzazione terroristica jihadista del nord della Nigeria che significa “l’istruzione occidentale è proibita”, rilasciò invece un video difendendo le proprie azioni su YouTube. A partire dal 2011, in tutta l’Africa del Nord sono nate nuove organizzazioni e reti di contrabbando. Molte organizzazioni criminali utilizzano i flussi migratori come business grazie anche all’utilizzo dei social media che consentono di evitare i controlli e i sistemi di sicurezza ai confini. Anche i gruppi terroristici ceceni nel Caucaso sono considerati utenti significativi dei social media.

I mass media non possono chiaramente sostenere gli obiettivi di tali organizzazioni e dovrebbe essere loro il compito di segnalare eventuali problemi. I social liberi in una società aperta sono quelli più vulnerabili allo sfruttamento e alla manipolazione da parte di organizzazioni terroristiche. Un vantaggio dei nuovi media per le organizzazioni criminali è proprio la possibilità di interagire con la propria rete, mentre in passato i messaggi venivano lasciati tramite intermediari. L’ulteriore difficoltà per le autorità è che, anche quando riescono a chiudere un account Twitter o Facebook sospetto di un gruppo terroristico, subito ne viene aperto un altro e tutti i follower vengono trasferiti sul nuovo account.

I media aumentano la percezione del rischio di paura del terrorismo e della criminalità, perché gli utenti danno maggiore peso alle notizie. Per ottenere l’attenzione, le organizzazioni terroristiche utilizzano soprattutto violenza e aggressione, colpendo principalmente i civili, un metodo che si è rivelato essere efficace. Inefficace è invece come sistema per l’abbattimento dei governi al fine di conquistare il potere politico. I social media rappresentano quindi un grande strumento per i gruppi criminali: la visibilità e la spettacolarizzazione delle loro azioni amplificano il loro potere.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.