Trentacinque anni, canadese di origini saudite, Mohammed Khalifa è stato lo speaker inglese dello Stato islamico. Catturato in Siria lo scorso mese dalle milizie sostenute dagli Usa, si trova ora in un centro di detenzione curdo nel territorio nordorientale del Paese.

La sua voce fuori campo ha accompagnato video della portata di “Flames of War”, un prodotto “targato Isis” divenuto punto di riferimento per i foreign fighter  provenienti da Australia, Gran Bretagna e Nord America. Diffuso dallo Stato islamico il 19 settembre 2014, il filmato – 55 minuti, il primo di lunga durata – celebrava le vittorie dei combattenti in Siria e Iraq, e diffidava gli Stati Uniti dall’interferire nel progetto del califfato.

Con un perfetto accento americano, per cinque anni Khalifa ha diffuso la propaganda dell’organizzazione terroristica,  raggiungendo il pubblico anglofono e procurando all’Isis un gran numero di seguaci.

Chi è Mohammed Khalifa

I suoi audio e video clip in lingua inglese sono stati il mezzo di propaganda più efficace per lo Stato islamico. “Khalifa è un simbolo”, spiega il ricercatore canadese Amarnath Amarasingam. “È come una voce che spunta dall’Isis, e che ha parlato al mondo anglofono negli ultimi quattro o cinque anni”,

Nato a Gedda, in Arabia Saudita, da genitori etiopi, Khalifa è emigrato a Toronto quando era ancora un bambino. In Canada, l’uomo ha ottenuto un diploma in Computer System Technology presso il Seneca College di Toronto e ha iniziato la sua carriera nel settore della tecnologia dell’informazione (It), lavorando anche per importanti aziende, quali Kelly Services, azienda appaltatrice dell’Ibm.

In un’intervista al New York Times, Khalifa racconta di essersi radicalizzato nel 2013, ascoltando i sermoni online di Anwar Al-Awlaki, un imam statunitense naturalizzato yemenita che diffondeva la propaganda di Al-Qaeda. Sarebbe stato proprio un video di YouTube a convincerlo a partire alla volta della Siria. Ironia del destino: il video in questione ritraeva un gruppo di combattenti britannici, che si trovavano in prima linea in Siria e che parlavano tra loro in inglese. Un filmato come quelli di cui sarebbe diventato protagonista.

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Khalifa racconta di essere arrivato in Siria nel 2013. Inizialmente, si sarebbe unito a Jaish Al-Muhajireen wal-Ansar, un gruppo jihadista composto da combattenti arabofoni e provenienti dal Caucaso del Nord, schierati contro il governo di Bashar Al Assad.

Nel momento in cui l’Isis proclamava la nascita del califfato in Siria e in Iraq, Khalifa lavorava già nell’organizzazione, al cui interno avrebbe sfruttato le sue competenze nel settore dell’informazione. Il suo incarico sarebbe stato quello di rendere fruibile la propaganda al pubblico anglofono e diventando così la voce narrante dell’Isis.

Speaker dell’Isis

Khalifa si descrive come un semplice impiegato del ministero della Propaganda dello Stato islamico, la struttura deputata alla pubblicizzazione delle azioni cruente dell’organizzazione terroristica.

Afferma di essere stato scelto da un supervisore australiano, chiamato Abu Abdullah. “Lui mi dava un testo, una sorta di copione, e io lo rivedevo per correggere gli errori, prima di registrarlo” – racconta Khalifa – “Poi lui lo rivedeva di nuovo, dicendomi se c’era qualcosa su cui occorreva mettere maggiore enfasi”.

Inizialmente, gli audio venivano registrati in uno studio professionale, con pareti di schiuma isolante per assorbire i suoni esterni. Magix Samplitude era il software usato per l’editing musicale. La versione definitiva veniva poi diffusa tramite antenna parabolica.

La situazione sarebbe cambiata nel 2014, in seguito all’intervento della coalizione internazionale a guida americana. Coloro che lavoravano per la propaganda dell’Isis sono stati costretti a trasferirsi nei centri urbani, primo tra tutti Raqqa, e a spostarsi di casa in casa,confidando nel fatto che la vicinanza ai civili li avrebbe protetti.

Con la perdita di alcuni territori da parte del califfato, la squadra che si occupava dei media è stata costretta ad abbandonare anche Raqqa. Il lavoro di propaganda è però continuato, grazie a un’antenna parabolica. Nonostante temesse di essere tradito dal segnale satellitare, il team non ha mai smesso di svolgere il proprio ruolo. Khalifa riferisce che, poco prima della sua cattura, avvenuta lo scorso gennaio, ci sarebbero stati almeno 20 operativi nell’ultimo bastione dell’Isis.

Stando alla versione di Khalifa, l’unità per la propaganda sarebbe stata addirittura diretta da Abu Muhammad Al-Furqan, uno dei leader dell’Isis, molto vicino al califfo Abu Bakr Al-Baghdadi, che ha svolto un ruolo di primo piano nella creazione di Dabiq, la rivista dell’organizzazione, e di Amaq News Agency, l’agenzia di informazione dell’Isis.

Khalifa sottolinea di non essere mai apparso in alcun video, ma di aver soltanto prestato la sua voce per la narrazione. Si tratta di un’affermazione difficile da provare, dal momento che la maggior parte dei jihadisti filmati indossava una maschera.

Dietro la cinepresa

Khalifa rivela anche alcuni dettagli sulla creazione dei video dell’Isis. La troupe addetta alle riprese preparava lo scenario nel quale venivano eseguite le condanne a morte dei prigionieri dell’organizzazione. L’équipe filmava la scena utilizzando, oltre alle classiche telecamere, videocamere “indossabili” GoPros  e droni. Infine, inviava i filmati “grezzi” al Ministero della Propaganda dello Stato islamico.

Era quest’ultimo a occuparsi del montaggio del video. Un’apposita squadra di esperti esaminava il filmato, sviluppava l’arco narrativo, aggiungendo effetti sonori e il testo. 

Secondo Khalifa, i jihadisti protagonisti dei video sarebbero stati “attori” sempre nuovi, per evitare che qualcuno risaltasse sugli altri. “L’intenzione” – spiega – “era di non trasformare i singoli in celebrità”.

In ogni caso, l’Isis avrebbe sempre riservato un occhio di riguardo nei video per gli stranieri. La loro partecipazione ai video costituiva un chiaro segno della diffusione del gruppo a livello globale.

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