L’ex presidente albanese Sali Berisha ha avanzato le sue preoccupazioni in relazione al traffico di passaporti tra Albania e Grecia, affermando che se il traffico è plausibilmente in mano alla mafia albanese, il rischio maggiore è che i documenti finiscano nelle mani dei jihadisti dell’Isis: una minaccia per la sicurezza nazionale ed internazionale.

Alcuni giorni fa una “partita” di passaporti biometrici albanesi è stata scoperta a bordo di un autobus della linea Atene-Tirana, un fatto che ha subito messo in allarme le autorità locali, in particolare in relazione al furto avvenuto il 13 febbraio a Ioannina, quando dall’auto del console albanese erano stati rubati un centinaio di passaporti “bianchi” originali prodotti dalla Aleat.

Secondo quanto dichiarato dal ministero degli esteri di Tirana, i passaporti erano stati bloccati dalle autorità greche a Kakavije, al confine tra i due Paesi, per poi arrivare a Ioannina da dove avrebbero dovuto essere spediti all’ambasciata albanese ad Atene.

Il ministero degli Esteri di Tirana ha preso atto delle violazioni sulle modalità di invio dei documenti, non in linea con la regolare prassi di spedizione di pacchetti diplomatici ed è stata aperta un’inchiesta.

Su tale episodio ci sono ancora diversi aspetti poco chiari, a partire dalle motivazioni per le quali i passaporti erano stati bloccati al confine dalle autorità greche. E’ plausibile ipotizzare che i greci si fossero accorti delle modalità di spedizione non conformi alla regolamentazione diplomatica, così come risulta quantomeno strano che dei passaporti vengano lasciati incustoditi all’interno di un’auto.

Per quanto riguarda invece i passaporti rinvenuti a bordo dell’autobus attivo sulla tratta Atene-Tirana, saranno gli investigatori a dover confermare o smentire se i documenti erano parte del pacchetto trafugato dall’auto del console albanese a Ioannina.

L’introduzione dei passaporti biometrici

I passaporti biometrici, entrati in vigore in Albania nel maggio del 2009, in base alle nuove regole d’ingresso nell’Ue per i cittadini albanesi che intendono entrare senza visto. I biometrici contengono informazioni specifiche sui proprietari, come le impronte digitali e informazioni precise sulle caratteristiche fisiche dell’individuo e sono stati ideati proprio per contrastare la contraffazione di passaporti.

Nel dicembre del 2011 il giornalista investigativo Gjergj Thanasi illustrava in un report come l’unica maniera per falsificare un passaporto biometrico è attraverso l’inserimento di dati non veritieri da parte di autorità corrotte e di fatto tra il maggio 2009 e il dicembre 2011 la polizia di confine albanese e le autorità di diversi Paesi europei hanno individuato numerosi passaporti biometrici con identità falsificate. In seguito alle indagini alcuni dipendenti della ditta Aleat-Safran, contrattata per la produzione dei passaporti, erano stati arrestati e condannati con sentenze lievi e qualche multa.

Un fenomeno che era stato esposto anche dall’allora direttore generale dell’Ufficio Generale di Registrazione albanese, Armand Teliti, che aveva reso noto come già allora erano stati individuati circa 500 passaporti biometrici con identità non veritiere.

Sempre secondo Thanasi, alcuni dei soggetti trovati in possesso di passaporti falsi erano cittadini kosovari (i quali necessitano ancora oggi del visto d’ingresso per l’Ue), cittadini albanesi ai quali è stato proibito l’ingresso in Europa ma anche individui ricercati dalle autorità internazionali e persino cittadini iraniani collegati ad attività terroristiche.

Le nuove modalità di contraffazione

Gli Occhi della Guerra hanno contattato il giornalista investigativo Gjergj Thanasi per farsi illustrare le nuove modalità di contraffazione dei passaporti biometrici, un business milionario oggigiorno nei Balcani.

“Inizialmente si falsificavano i passaporti biometrici albanesi in modo artigianale: si pagava qualche impiegato dell’ufficio anagrafe in qualche piccola città, qualche agente di polizia e si aveva un nuovo passaporto. Il documento veniva compilato con un nominativo differente ma foto, impronte digitali e retina erano le tue. In questo modo un ricercato nell’area Schenghen poteva entrare senza problemi.

Ora però hanno iniziato a produrre questi passaporti su scala industriale: ad esempio, se ne rubano un centinaio e poi si offrono sul mercato nero utilizzando anche il deep web. Un vero e proprio business “cash & carry”, tu sei il malvivente o il terrorista di turno, paghi e ti viene consegnato un passaporto con i tuoi dati biometrici ma con un altro nome, cognome, luogo e data di nascita.

Oggi i pressi sono quantomeno raddoppiati rispetto a 6 o 7 anni fa e gli impiegati di provincia collusi non lavorano più in proprio ma sono parte di un ingranaggio ben più ampio; fanno sapere ai loro “capi” quando partono i pacchetti di passaporti partono per le nostre ambasciate e con che mezzo e poi ci pensano gli altri a fare il resto.

Il business dei passaporti biometrici falsificati funziona come un orologio svizzero e gli addetti ai lavori che vengono arrestati sono subito sostituiti da altri, mentre i boss rimangono nell’ombra e così si alimenta e si rigenera il tutto”.

Il rischio terrorismo

Il traffico di passaporti biometrici falsificati è un rischio enorme anche per quanto riguarda il terrorismo di matrice islamista in un momento in cui molti jihadisti in fuga dalla Siria (sia di ritorno nei loro paesi d’origine in Ue e Balcani ma anche di potenziali infiltrati non europei) sarebbero diretti verso occidente.

È bene infatti tener presente che nel giugno del 2018 un report dell’Europol rilanciava il rischio legato al rientro nei Balcani di jihadisti dalle zone di guerra siriane ed irachene; due mesi dopo, in agosto, la polizia macedone arrestava sette jihadisti di età compresa tra i 23 e i 47 anni, tutti accusati di aver combattuto nelle file dei jihadisti in Siria e Iraq. Gli arresti fanno parte della più vasta “Operazione Cellula”, lanciata dalle autorità di Skopje tra il 2015 e il 2016, che aveva portato all’arresto di altri jihadisti dell’Isis attualmente in stato di detenzione.

Il 23 settembre 2018 a Sarajevo due presunti profughi, un siriano di 34 anni e un algerino di 23, venivano arrestati dalla polizia dopo aver cercato di evitare un controllo; in seguito venivano perquisite le loro abitazioni dove venivano rinvenuti un fucile, quattro pistole, un silenziatore e un centinaio di munizioni di diverso calibro.

Lo scorso 12 febbraio inoltre alcuni esperti Onu avevano reso noto che i jihadisti dell’Isis avrebbero da parte circa 300 milioni di dollari da utilizzare per finanziare possibili attacchi (anche in Europa); non si può dunque escludere che una parte di tale somma possa essere utilizzata per acquistare sul mercato nero partite di passaporti biometrici da far utilizzare a potenziali attentatori con l’obiettivo di infiltrarli nel cuore dell’Europa.

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