Condanna a morte per impiccagione. Questa la sentenza emessa dal Tribunale penale centrale di Baghdad nei confronti di un combattente dello Stato islamico. Una pena che lascia attoniti se si considera che l’imputato è, a tutti gli effetti, un cittadino belga.

Bilal Al-Marchohi, 23 anni, è l’uomo condannato per aver condotto operazioni terroristiche in nome dell’Isis. L’uomo sarebbe stato incastrato da una sua stessa confessione autenticata e da immagini ricavate dal cellulare trovato in suo possesso al momento dell’arresto. Video e fotografie mostrate in tribunale ritraggono l’uomo mentre solleva una pistola e compie gesti che – secondo il giudice Jumaa Saidi – indicherebbero chiaramente la sua affiliazione all’Isis.

Dall’inizio del processo, però, Al-Marchohi si proclama innocente, rinnegando anche l’appartenenza all’organizzazione terroristica e rivendicando la sua cittadinanza: “Non sarei dovuto essere processato in Iraq, ma in Belgio”.

Pena di morte per i foreign fighters

L’Iraq ha messo sotto processo centinaia di persone sospettate di avere legami con lo Stato islamico. Al-Marchohi è il secondo cittadino belga condannato a morte dall’Iraq in meno di un anno per aver avuto un ruolo all’interno dello Stato islamico.

Nel maggio 2018, la stessa sorte era toccata a Tarek Jadaoun, trentenne, conosciuto anche con il nome di Abu Hamza Al-Beljiki. L’uomo era un volto noto dei video di propaganda dell’Isis, nei quali inneggiava a compiere attentati in Europa.

Il destino degli altri foreign fighters è ancora incerto.

Al momento, nelle prigioni curde siriane, sono detenuti almeno 800 cittadini europei. Proprio richiamando i Paesi europei a fare la loro parte nei confronti dei rispettivi foreign fighters, il presidente iracheno, Barham Salih, ha recentemente ribadito che la pena di morte è un’opzione prevista per i casi più gravi dalle norme vigenti irachene.

Se non rimpatriati nei Paesi di origine, questi individui potrebbero essere giudicati da tribunali iracheni, rischiando la stessa sorte di Al-Marchohi.

La posizione del Belgio

Il ministro degli Esteri belga, Didier Reynders, ha preso le distanze dalla sentenza del tribunale iracheno, pur sottolineando la sua impossibilità a intervenire sul caso.

Il Belgio è uno dei Paesi europei che ha il più alto numero di jihadisti “pro capite”. Secondo i dati diffusi dal Parlamento europeo, a partire dal 2012, 413 cittadini belga sarebbero riusciti a raggiungere il Siraq. Stando alle stime aggiornate al 31 gennaio 2018, circa un terzo di questi foreign fighters sarebbe riuscito a tornare in patria, un terzo sarebbe morto nei territori dell’ex califfato e un terzo si troverebbe ancora in Siria e Iraq.

Pur non essendo ancora chiaro il destino dei combattenti dell’Isis con cittadinanza belga, al momento detenuti in Siria, già a partire dal 2015, sull’onda degli attacchi terroristici che hanno colpito Parigi, il Belgio ha lavorato per elaborare una risposta politica completa e sistematica alla questione del rientro dei jihadisti, che unisca prevenzione e rispetto della legalità.

Seppur ancora in fase di perfezionamento, il sistema belga prevede la reclusione dei “returnees” nella fase antecedente al processo e la condanna a un periodo di detenzione della durata di almeno 3-5 anni. All’interno delle carceri è previsto, oltre al costante monitoraggio e all’attuazione di misure di sicurezza, un programma di de-radicalizzazione ad personam, gestito da personale altamente qualificato.

Europa e foreign fighters

In Europa, la competenza in merito alla questione del rimpatrio dei foreign fighters è dei singoli Paesi, nonostante l’Unione europea abbia “offerto la disponibilità a lavorare ad alcune idee su come coordinare le posizioni sul tema” – secondo quanto dichiarato dall’Alto rappresentante, Federica Mogherini.

A partire dal 2011 – anno di inizio della guerra civile siriana – tra i 3.922 e i 4.294 combattenti europei sono partiti alla volta del Siraq, per unirsi alle organizzazioni terroristiche, prima fra tutte lo Stato islamico. Di essi, solo il 30 per cento sarebbe già tornato in patria.

Se la nazionalità europea dà diritto ai jihadisti di tornare nei Paesi di origine, il loro rientro rappresenta tuttavia una possibile minaccia per la sicurezza nazionale. Le loro competenze, acquisite durante la permanenza in zone di guerra, autorizzano a temere che possano continuare a diffondere l’ideologia dell’Isis in Europa, attraverso azioni di proselitismo, di raccolta fondi e di facilitazione delle operazioni terroristiche.

Il caso di Al-Marchohi sembra puntare ancora una volta il dito sui ritardi dell’Unione europea nell’elaborazione di una strategia comune vis-a-vis della minaccia terroristica.

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