Mohsin Omar Ibrahim “Anass Khalil”, il 20enne somalo arrestato a Bari per terrorismo, non si faceva problemi a parlare apertamente via telefono e sui social network dei suoi piani per uccidere i cristiani sotto Natale: “Mettiamo bombe a tutte le chiese d’Italia. La chiesa più grande dove sta? A Roma?”. E ancora: “Il 25 dicembre è ravvicinato…Il 25 è Natale dei cristiani, le chiese sono piene”.

Negli atti dell’inchiesta si legge che il somalo cominciava a ragionare su modalità operative il 1° dicembre mentre il giorno successivo si informava sulla distanza tra Bari e Roma, e sui mezzi di trasporto. Nelle intercettazioni spunta anche la data del 27, anche se non è precisato il mese. Sul cellulare il soggetto in questione aveva inoltre foto della basilica di San Pietro.

Evidentemente l’extracomunitario non si aspettava di essere monitorato da mesi dall’intelligence italiana e da quella statunitense ed è stato colto di sorpresa giovedì scorso quando è stato bloccato dagli agenti dell’antiterrorismo di Bari mentre si incamminava verso la stazione con una valigia in mano.

Gli inquirenti durante l’interrogatorio, tra le varie cose, gli hanno contestato le conversazioni in cui dice di “uccidere e ammazzare i cristiani”, ma lui non ha battuto ciglio e ha risposto glaciale: “Se serve alla causa bisogna farlo”.

Il profilo di Mohsin Omar Ibrahim “Ansass Khalil”

Chi è veramente Mohsin Omar Ibrahim “Anass Khalil”? Arrivato nel 2016 in Sicilia a bordo di un barcone e ha raggiunto Forli; in seguito ha ottenuto un permesso di soggiorno umanitario, ha lavorato come operaio e nei campi della Puglia, poi pare abbia soggiornato in uno Sprar prima di trasferirsi a Bari dove frequentava la moschea e alloggiava in uno stabile nei pressi della stazione occupato abusivamente da extracomunitari.

Il 7 gennaio scorso il somalo aveva colpito alla testa un passante con una bottiglia di vetro dopo aver visto un video dove si spronava i musulmani a far guerra ai cristiani nei loro Paesi, come da egli stesso rivelato a un “confratello”.

Lo scorso 26 novembre Mohsin veniva segnalato a Forlì dove arrivava in auto e si tratteneva per circa cinque ore in moschea (dalle 13 alle 18) assieme a un compagno di viaggio.

La parte più allarmante del profilo di Mohsin “Anass Khalil” è però legata alla sua militanza nella componente somalo-keniota dell’Isis e alla sua esperienza di combattimento come jihadista in Somalia e Libia.

Il pericolo dei foreign fighters

In seguito ai recenti e meno recenti attentati che hanno colpito l’Europa, prevalentemente per mano di soggetti radicalizzatisi in loco e con un passato legato alla criminalità comune, si è parzialmente diffusa l’idea che i foreign fighters siano “un falso problema” o comunque un rischio di gran lunga minore rispetto al pericolo dei radicalizzati in Europa, gli “spontanei” privi di esperienza bellica. Nulla di più errato e fuorviante.

L’ambito dei foreign fighters di ritorno e quello dei radicalizzati in Europa sono tendenzialmente due mondi con caratteristiche distinte, seppur in certi casi si possono intrecciare con collegamenti e contatti.

In primis è fondamentale tener presente che chi ha combattuto in teatri di guerra ha acquisito capacità sull’utilizzo di armi, esplosivi e tattica che non possono essere appresi in alcun carcere o banlieue. Vi è poi tutto il discorso legato alla desensibilizzazione psicologica di chi passa per un teatro di guerra che abbinato all’addestramento lo rendono un’arma micidiale, specialmente nell’ Isis.  È poi fondamentale tener presente tutta la rete di contatti con ambienti del jihadismo internazionale acquisibile in questi teatri che risulta essenziale per la pianificazione di futuri attentati.

I radicalizzati in Europa dal canto loro hanno una loro comprovata pericolosità perché sono numerosi, cresciuti e radicati sul territorio e possono attivarsi in modo imprevedibile e anche potenzialmente autonomo utilizzando sia armi bianche e da fuoco che oggetti di uso quotidiano per colpire sia soft che hard target. Di fatto chiunque può alzarsi una mattina e decidere di colpire per strada in nome di una radicalizzazione avvenuta magari online o in qualche cella; trattasi di un elevato rischio ma anche di un contesto totalmente diverso rispetto a quello del foreign fighter, difficilmente paragonabile.

È poi indubbio che le autorità di paesi come la Francia facciano fatica a controllare tutti i soggetti bollati con “Fiche S”, intorno agli 8mila secondo le ultime stime e questo è senza dubbio un fattore che incrementa i rischi, senza contare che potrebbero esserci altri soggetti che fuoriescono da tale classificazione ma che potrebbero rapidamente attivarsi. Non a caso è difficile e inappropriato fornire stime precise su potenziali terroristi o estremisti (due figure distinte) presenti in Europa.

Come illustra Marco Maiolino dell’Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies – Itstime/ Università Cattolica: “La minaccia terroristica è complessa e diversificata, vanno dunque analizzate e controllate tutte le sue espressioni che non sono necessariamente separate e non ce n’è una più pericolosa dell’altra, lo sono entrambi seppur con caratteristiche differenti. E’ un fenomeno che va osservato nella sua complessità e non è detto che le differenti espressioni non possano essere tra loro interconnesse con l’obiettivo di colpire”.

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