Solamente negli ultimi mesi, si sono registrati tre casi di attacchi contro le forze dell’ordine in stazione Centrale a Milano. Tre attacchi in cui i migranti, spesso già noti alle forze dell’ordine, hanno inneggiato ad Allah. L’ultimo caso solamente ieri. Dalla stazione più importante di Milano è passato pure Anis Amri, l’attentatore di Berlino che è stato freddato alle porte di Sesto san Giovanni. Il nostro Paese è dunque nel mirino del terrorismo internazionale? Sì, almeno da quando Mohamed Game si fece saltare in aria davanti alla caserma Santa Barbara a Milano il 12 ottobre del 2009.

Se  si vanno a leggere i dati di coloro che sono stati allontanati dal nostro Paese perché accusati di essere legati al terrorismo internazionale, si scopre, come ha fatto Il Foglio, “che nei primi mesi del 2017 il numero delle persone espulse dall’Italia è per ragioni legate alla sicurezza nazionale è pari al numero di persone che sono state espulse dall’Italia sia nel 2015, sia nel 2016”. Questo numero è 66 per gli anni 2015 e 2016, mentre per il 2017 è 64. Sessantaquattro potenziali terroristi, e questi sono quelli noti, presenti all’interno dei nostri confini.

Quello che emerge dall’articolo de Il Foglio, è che la radicalizzazione avviene soprattutto attraverso Internet e i social media. È per esempio il caso di Abdessattar Khalifa, espulso per aver “condiviso sul web, con altri utenti di orientamento radicale, contenuti propagandistici di matrice jihadista”. Ed è anche il caso di tre kosovari espulsi il 2 aprile scorso “indagati per il reato di appartenenza all’organizzazione terroristica dello Stato islamico. In tale contesto è stato documentato come i tre cittadini kosovari abbiano assistito, insieme ai soggetti poi arrestati, a numerosi video di propaganda jihadista, o che mostravano tecniche per realizzare attentati suicidi, condividendone i contenuti”. Stesso discorso vale anche per Boubaker Sadraoui, fermato il 7 febbraio scorso “per il reato di apologia di terrorismo, aggravato dall’uso del mezzo informatico, in relazione ai numerosi documenti e video di propaganda jihadista rinvenuti sul suo profilo Facebook”.

Un altro aspetto che rischia di essere parecchio pericoloso per il nostro Paese riguarda la presenza di aspiranti jihadisti, pronti a indottrinare gli altri carcerati, nelle prigioni. Come nel caso di El Gharbi Ridha che, scrive Il Foglio, “assieme ad altri reclusi presso la Casa circondariale di Ancona, ‘avrebbe in più occasioni inneggiato all’Isis manifestando l’aspirazione a unirsi alle file dei combattenti e per aver esultato alla notizia degli attentati di Bruxelles del 22 marzo 2016′”. Un caso simile a quello di un marocchino di 42 anni, espulso il 7 aprile scorso, dopo che il suo profilo “è emerso all’attenzione nell’ambito del monitoraggio dei detenuti a rischio radicalizzazione per il suo forte carisma esercitato nei confronti dei compagni di detenzione ai quali si è facilmente imposto come imam”. Quello delle carceri è un problema noto a chi si occupa di antiterrorismo. Nel tracciare la sua storia del jihadismo in Europa, Khaled Fouad Allam, autore de Il jihadista della porta accanto, parte dalla storia di Khaled Kelkal, “il primo jihadista europeo”, passato da semplice teppista a terrorista capace di infiammare a suon di bombe la Francia. 

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