Continuano le operazioni dell’esercito libanese contro i terroristi dell’Isis nella Valle della Bekaa. Da sabato scorso, infatti, le postazioni jihadiste a Jurud Ras Baalbek e Jurud al-Qaa sono nel mirino dell’artiglieria  e dei jet dell’aviazione libanese e sono già tre i soldati che, la scorsa settimana, hanno perso la vita nell’esplosione di una mina nel corso dell’operazione Dawn of Yurd, lanciata dal capo delle forze armate libanesi, il generale Joseph Aoun, per cacciare i jihadisti dalla frontiera nord-orientale  del Libano

“Da grande voglio entrare nell’esercito, per onorare mio padre e per proteggere il mio Paese dai terroristi”, dice Alì, 16 anni. È originario di Akkar, nel nord del Libano, e suo padre è stato ucciso nel 2007 dagli islamisti di Fath al Islam. È arrivato a Roma la scorsa settimana per trascorrere le vacanze in Italia con altri 13 giovani che, come lui, sono orfani di militari delle forze armate libanesi che hanno perso la vita nei combattimenti del 2007 contro i terroristi islamici nel campo profughi palestinese di Nahr al-Bared, nei pressi di Tripoli.

Quel conflitto molti di loro non l’hanno nemmeno vissuto. Troppo piccoli per capire e ricordare. “Quando tornavo da scuola cantavo per lui le canzoni che avevo imparato e lui mi abbracciava”, racconta Darin, 14 anni, il viso incorniciato dal velo, la voce sottile e gli occhi grandi e scuri che si fanno subito lucidi quando prova a far rivivere i momenti trascorsi assieme al suo papà. Aveva quattro anni quando è caduto a Nahr al-Bared. “Mi manca tanto anche se ormai mi sono abituata a vivere così”, ci spiega, “ma non perdono i suoi assassini perché ci hanno strappato un pezzo di cuore”.

Anche Malak, giovane studentessa di medicina, era piccolissima quando ha saputo della morte del padre, militare caduto a Sidone, nel 2002. “Quando ho ricevuto la notizia sono rimasta scioccata, poi pian piano, ho realizzato”. “Crescere senza un padre è difficile”, dice. “E la rabbia per quello che è accaduto”, ci confessa, “è tanta”. Soprattutto nei confronti dei fondamentalisti islamici. “Non sono esseri umani, sono ignoranti, vogliono distruggere il mondo, ma in Libano non ce la faranno perché c’è il nostro esercito a proteggerci”, assicura. Ora la speranza, per lei e per i suoi amici, è quella di poter riuscire a realizzare tutti i propri sogni, “partendo da zero”. Tra questi, c’era anche quello di trascorrere le vacanze in Italia.

“Questo viaggio era un sogno e grazie a Lea è diventato realtà”, dice sorridendo Malak. Lea è la vedova del tenente colonnello Sobhi Akoury, morto anche lui nel 2007 a Nahr al-Bared. Nel 2008 ha fondato un’associazione dedicata al marito che si occupa di aiutare gli orfani e le famiglie dei militari dell’esercito libanese morti in combattimento. “Voglio solo che questi ragazzi siano felici, perché ho quattro figli e conosco il dolore che hanno provato quando hanno perso il padre”, spiega Lea, che tutti considerano come una seconda mamma.

Durante la settimana trascorsa in Italia i giovani sono stati ricevuti dallo Stato Maggiore dell’Esercito e hanno avuto la possibilità di visitare il Sacrario dei Caduti e la Biblioteca Militare Centrale delle nostre forze armate. “Sono commossa dall’affetto che ogni volta riceviamo in questo Paese, la guerra contro i terroristi dell’Isis la combattiamo anche per voi”, dice la vedova di Akoury senza riuscire a trattenere le lacrime. A dicembre un albero d’olivo sarà piantato in ricordo di suo marito nell’ospedale militare di Percy, a Parigi.

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