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Un flusso di finanziamenti partito dal nord Italia e diretto a gruppi jihadisti di stampo qaedistaoperanti in Siria: un giro d’affari del valore di oltre due milioni di euro andato ad alimentare gruppi islamisti radicali attivi contro Bashar al-Assad, nello specifico l’ex Jabhat al-Nusra, poi divenuta Hayyat Tahrir al-Sham in seguito a una fusione con fazioni minori avvenuta ad inizio 2017.

Il prossimo 3 luglio avrà dunque inizio il processo che vede imputati 17 individui di cui 13 rinviati a giudizio (11 cittadini siriani, un libanese e una donna italiana) mentre gli altri risultano irreperibili.

L’operazione, denominata “Foreign Fighters“, era scattata nel maggio del 2018 per mano della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato, coordinata dalle Direzioni distrettuali antimafia di Brescia e Cagliari.

Gli indagati sono accusati di aver creato una rete illegale dedita al riciclaggio, alla raccolta e al trasferimento di fondi utilizzata per finanziare il terrorismointernazionale; rete transnazionale che usufruiva di donazioni fatte da cittadini siriani domiciliati in Italia, Svezia e Ungheria, per trasferirle poi a connazionali in Austria, Germania, Olanda e Danimarca, ma anche in Siria, Turchia e Libano tramite l’ormai noto meccanismo della hawala.

La rete siriana

Come emerso da documentazioni della Guardia di Finanza, personaggio di spicco dell’organizzazione è risultato Daadoue Anwar, alias “Abu Murad”, stanziato in Svezia nella città di Norrköping, il quale gestiva l’attività di trasferimento – al di fuori del sistema bancario – di ingenti somme di denaro contante.

“Abu Murad” agiva in concerto con Chdid Subhi, alias “Abu Ali”, domiciliato in Turchia e sposato con una 42enne cittadina italiana residente in provincia di Lecco, Cristina Agretti, finita anche lei nell’inchiesta. Tra gli altri imputati risultano anche il fratello di “Abu Ali”, Chdid Hamoud, Abou Daher Abdurrahman, Chaddad Ayoub, Bazkka Salmo, Bazkka Alaa, Hakim Ahmed, Hadara Rabi e Said Ahmed Mouayad “Abu Hamza”, a sua volta in contatto con diversi personaggi in Siria tra cui suo fratello, impegnato personalmente nel conflitto.

Per quanto riguarda il ruolo di Chdi Subhi “Abu Ali” e di sua moglie, emerge un dettaglio interessante su un viaggio di Chdid dall’Italia alla Turchia risalente al giugno 2016. “Abu Ali” stava portando 18mila euro in Turchia ma veniva fermato per un controllo al porto di Ancona; a quel punto Chdid prima affermava di essere un commerciante di auto, poi telefonava alla moglie che gli forniva consigli su come nascondere il denaro.

I centri islamici pakistani

A finire sotto la lente degli investigatori ci sono inoltre una serie di centri culturali islamici pakistani attivi nel bresciano e prevalentemente legati alla branca “Tabligh”.

Tra tali associazioni risultano la Al Ummah Italia, la al Noor, Masjid Ennour Onlus, Arahma Onlus e il centro islamico Tabligh di Beidzzole. Come riportato da La Verità, in base alle carte dell’inchiesta, tali associazioni risultano collegate alla Società della propaganda, rete mondiale di missionari itinerante impegnata nella diffusione porta a porta della fede islamica e finalizzata a convertire i non credenti o riconvertire i “cattivi” musulmani, rete che fa proseliti soprattutto tra la popolazione emigrata in occidente. Predicano il vero islam radicale e vivono imitando lo stile di vita del Profeta, cercando di riportare verso Allah tutti i musulmani della fede affievolita.

L’ ipotesi di un ingente flusso di denaro destinato ai combattenti e il legame con i pakistani è emersa attraverso un’inchiesta più ampia relativa al fenomeno dei money transfer, attiva già da mesi. Un meccanismo che presenta notevoli difficoltà sia nell’identificazione dei soggetti che effettuano le operazioni e sia nell’individuazione dei destinatari, soprattutto se attivi nei paesi mediorientali.

Nel dicembre del 2017 l’associazione islamica Al-Ummah aveva tra l’altro firmato il “Patto bresciano per un Islam Italiano”, aderente ai valori e ai principi dell’ordinamento statale. Tra i firmatari erano presenti le principali realtà che rappresentano le comunità islamiche presenti nella provincia.

Nota alle cronache del bresciano anche la Al-Noor di via Fratelli Bonardi, alla quale era stato bocciato dal Comune un progetto per il trasferimento in un vicino stabile in modo da poter ampliare la struttura, prima che il Tar di Brescia sospendesse il divieto del Comune, definito “pretestuoso e carente di motivazione”.

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