L’arresto di Lara Bombonati, ventiseienne di Milano ma trapiantata in Piemonte e convertita all’Islam negli ultimi anni, ha posto nei giorni scorsi all’attenzione tanto il fenomeno dei cosiddetti ‘foreign fighters’ quanto del fanatismo religioso di chi abbraccia solo in età adolescenziale il credo musulmano; in particolare, la ragazza milanese ha vissuto per diversi mesi nel quartiere Faith di Istanbul da dove poi, assieme al marito, è andata verso il confine siriano per raggiungere i territori in guerra e dar manforte alle milizie islamiste che combattono contro il governo di Assad. Espulsa poi dalla Turchia, la ragazza è tornata in Italia sola ed avrebbe raccontato della morte del marito avvenuta proprio in Siria; elementi importanti che hanno contribuito all’indagine in cui è stata accertata la pericolosità della coppia. Ma è la stessa figura del marito, Francesco Cascio all’anagrafe, a porre in essere un’altra tematica importante relativa alla sicurezza ed al contrasto all’integralismo e che riguarda il fenomeno jihadista in Sicilia: Cascio era siciliano, è nato ad Erice 27 anni fa ed è cresciuto a Castellamare del Golfo, località turistica del trapanese; nell’isola il fanatismo ha iniziato a far capolino già sedici anni fa, subito dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001.Il caso di Domenico Quaranta, arrestato nel 2002Il primo attentato riconosciuto dagli inquirenti come azione ricollegabile allo jihadismo in Italia, è stato registrato proprio in Sicilia: in particolare, nella sera del cinque novembre 2001 un boato ha scosso la Valle dei Templi di Agrigento e subito dopo è stato accertato che l’esplosione proveniva  dai gradoni laterali del Tempio della Concordia, simbolo più famoso e popolare dell’area archeologica dell’antica Akragas. Gli inquirenti giunti sul posto hanno trovato nella sottostante scarpata uno striscione con scritto “Per i fratelli afgani” ed altre frasi inneggianti alla guerra santa; l’ordigno esploso ai piedi del tempio era formato da una bombola di gas da campeggio ed era rudimentale e per fortuna non ha prodotto importanti danni alle colonne doriche, pur tuttavia in un’opinione pubblica ancora sconvolta per le immagini degli attentati alle torri gemelle e per l’attacco USA contro l’Afghanistan, quell’episodio ha destato non poca impressione.Stesse scene poi, sempre ad Agrigento, ripetute per ben altre due volte pochi mesi dopo: il 15 febbraio 2002 ed il 27 febbraio 2002, altri ordigni rudimentali ed altri striscioni inneggianti alla jihad hanno prodotto lievi danni ma tanta paura rispettivamente presso il carcere di Contrada Petrusa e presso il Tribunale della città siciliana; un’analoga dinamica è stata poi riscontrata sempre nel 2002 a Milano e precisamente l’11 maggio di quell’anno, con un’esplosione rilevata assieme ad una fuoriuscita di fumo presso la stazione ‘Duomo’ del metro del capoluogo lombardo. Anche in quel caso, accanto all’ordigno rudimentale che ha provocato panico in una città ancora scossa per la tragedia del Pirellone di appena un mese prima, è stato ritrovato un lenzuolo con la stessa scritta già vista ad Agrigento nei tre episodi sopra raccontati; l’intuizione di allora degli inquirenti, secondo cui ad agire sarebbe stata una stessa mano, si è rivelata giusta: i quattro attacchi erano infatti stati organizzati da Domenico Quaranta, arrestato il 16 luglio del 2002.Di professione imbianchino, nato a Favara (città alle porte di Agrigento) e con appena 29 anni all’epoca dei fatti, Quaranta sarebbe il primo caso conclamato di conversione alla causa jihadista avvenuta in carcere; si trovava infatti presso il carcere Petrusa, lo stesso in cui ha fatto ritrovare l’ordigno in uno dei suoi attacchi del 2002, per reati minori quando il giovane favarese ha abbracciato la nuova fede e la lotta jihadista prima di uscire nell’estate del 2001. Per quegli attacchi Quaranta è stato poi condannato a 16 anni di reclusione, che attualmente sta scontando in galera: le ultime notizie che si hanno di lui sono del 2012, quando gli agenti della Polizia Penitenziaria hanno bloccato sul nascere un suo tentativo di evasione dal carcere di Ragusa; secondo i Carabinieri di Agrigento che lo hanno arrestato nel 2002, Quaranta avrebbe agito da solo seguendo uno spirito di emulazione derivante dagli attacchi dell’11 settembre.Il pericolo che proviene dalle carceri sicilianeIl problema della radicalizzazione in Sicilia, dopo il primo caso che ha riguardato Domenico Quaranta, appare di due tipi: da un lato, immigrati soprattutto di origine nordafricana e già conosciuti alle forze dell’ordine dei paesi da cui scappano che, presso gli ambienti carcerari, rischiano di essere reclutati dai fondamentalisti; dall’altro quello di cittadini italiani convertiti all’Islam sia dentro le carceri, come nel caso di Quaranta, che fuori dagli istituti penitenziari come invece nel caso più recente di Francesco Cascio. I casi più preoccupanti ed eclatanti riguardano, in generale, quelli attinenti le conversioni all’interno degli istituti di pena e dei centri d’accoglienza siciliani; essendo le province dell’isola terre di frontiera, è qui che vengono rinchiusi scafisti, trafficanti di esseri umani ma anche soggetti arrestati per reati minori ed è per questo quindi che vengono a crearsi anche degli ambienti dove il reclutamento jihadista trova terreno molto fertile.Dal 2001 ad oggi, solo poche indagini anti terrorismo in Sicilia hanno riguardato soggetti fuori dai penitenziari; in tal senso, quello più eclatante è di inizio 2016 quando una donna libica ricercatrice presso l’Università di Palermo è stata messa sotto inchiesta per sospetti legami con estremisti islamici, pur tuttavia nella stragrande maggioranza dei casi gli occhi degli inquirenti sono stati soprattutto rivolti all’interno delle carceri e dei centri d’accoglienza. Nello scorso mese di aprile a spiegare la situazione è stato lo stesso Procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, nel corso di una conferenza stampa: “Sono emersi processi di radicalizzazione di alcuni soggetti nei centri per immigrati e, attraverso monitoraggi della Polizia postale, sono state trovate sul web tracce di questi processi. Vi sono indagini in corso e non posso dire altroha dichiarato Lari, che ha poi aggiunto – Il Nisseno è un territorio delicato, ma parlo anche di Enna. Vi è la presenza di numerosi centri di accoglienza e di uno dei pochi Cie che accoglie soggetti scarcerati”.Il pericolo più importante quindi, che ha riguardato tanto il primo caso accertato di conversione in carcere e che ha visto protagonista Domenico Quaranta, quanto gli altri poi individuati nel corso di questi ultimi quindici anni, ha a che fare con il reclutamento presso le carceri o presso i centri d’accoglienza siciliani, a dispetto invece di una situazione ritenuta tutto sommato tranquilla a livello sociale con pochi casi di radicalizzazione avvenuta al di fuori degli istituti di pena dell’isola.Anis Amri, l’attentatore di Berlino radicalizzato in SiciliaIl caso più eclatante e che ha posto l’accento sui pericoli derivanti dalla situazione interna alle case circondariali della Sicilia, riguarda senza dubbio quello di Anis Amri: tunisino arrivato nel 2011 a Lampedusa a bordo di un’imbarcazione nell’ambito del grande esodo derivante dal collasso del governo di Ben Alì, Amri è stato arrestato sempre nel 2011 per i danni da lui procurati presso il centro d’accoglienza di Belpasso. Da quel momento, il tunisino ha iniziato un lungo girovagare nelle carceri siciliane e, secondo gli inquirenti, è proprio qui che Amri abbraccia la causa jihadista: nel fascicolo che riguarda il tunisino, vengono descritti atteggiamenti filo islamisti e volti ad esultare dopo le notizie di attentati terroristici. Uscito di prigione dopo quattro anni di reclusione passati tra Enna, Agrigento, Sciacca, Palermo ed altri istituti della Sicilia, la vicenda di Amri è tristemente nota: dall’Italia si dirige in Germania ed a Berlino, nello scorso 19 dicembre, compie la strage piombando con un tir all’interno di un mercatino di Natale e provocando la morte di dodici persone. Amri verrà poi scoperto a Sesto San Giovanni il 23 dicembre ed ucciso dai poliziotti in servizio in quel momento.Francesco Cascio, che secondo la moglie sarebbe stato vittima durante la sua personale guerra santa perpetuata in Siria, rappresenta un caso diverso da quelli sopra esposti essendosi convertito all’islam al di fuori di ambienti carcerari e, da quanto si apprende, grazie alle forti pressioni esercitate su di lui proprio dalla moglie; pur tuttavia, è il suo caso a far balzare davanti agli occhi come il problema della radicalizzazione di diversi soggetti in Sicilia rischia di diventare una tematica di non poco conto: con le carceri affollate, al pari di molti centri d’accoglienza, il rischio che dietro le sbarre si creino veri e propri centri di reclutamento islamista appare molto concreto e più volte segnalato anche dalle stesse autorità dal 2001 ad oggi.

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