Quando uno tsunami travolge una costa, subito dopo vi è il fenomeno del reflusso dell’onda che svela i danni provocati dall’acqua penetrata sulla terraferma: lo Stato islamico lo si può descrivere partendo da questo esempio. L’Isis è un vero e proprio tsunami, che però si abbatte sul deserto posto tra Siria ed Iraq negli anni in cui Damasco e Baghdad faticano a tenere i territori. Adesso che lo Stato islamico non c’è più, arriva il reflusso e l’onda torna indietro. Ed è in questo reflusso, rappresentato dai foreign fighter che riprendono la via di casa, che rischia di essere svelato il volto più nocivo dell’Isis. Per l’Europa intera e, per quel che ci riguarda, per l’Italia in particolare.

I pericoli dei terroristi che rientrano

Circa seimila, secondo le stime più accreditate, sono coloro che dall’Europa si spostano verso Siria ed Iraq per combattere sotto le insegne del Califfato islamico. Molti di loro sono deceduti in battaglia, alcuni invece sono nelle carceri irachene e siriane. Da più parti si invita all’istituzione di un tribunale apposito per giudicare coloro che si sono macchiati dei crimini durante l’occupazione islamista, ma per adesso alcuni dei foreign fighter europei rimangono sotto il giudizio di tribunali iracheni e siriani. La Francia, ad esempio, accetta che almeno suoi 58 cittadini vengano processati (e probabilmente condannati a morte) dai giudici di Baghdad.

Ma a destare maggiore preoccupazione, sono coloro che sopravvivono agli scontri ed in questi anni riescono ad eludere le carceri in medio oriente. I foreign fighter rientranti dunque, i quali provano a percorrere al contrario il tragitto che dall’Europa li porta a partire dal 2012 nei territori controllati dallo Stato Islamico. Si tratta di terroristi che cercano di passare dalla Turchia, Paese da cui transitano per andare in Siria ed Iraq grazie anche alla silente ma decisiva acquiescenza di Erdogan. Altri invece provano ad andare nel nord Africa, sfruttando l’instabilità della Libia. Del resto il Paese con la media più alta di foreign fighter è la Tunisia ed è da qui che potrebbero arrivare i maggiori grattacapi per l’Italia e per il vecchio continente.

Barconi e carceri: i due principali pericoli per l’Italia

Per adesso gli occhi sono puntati sulla Libia: lo scontro per la presa di Tripoli monopolizza le attenzioni riservate al medio oriente e crea preoccupazioni per possibili nuove partenze verso l’Italia. In realtà, come già scritto nei giorni scorsi, sul fronte degli sbarchi la situazione appare calma: finché continuano gli scontri, a livello logistico è molo difficile che riprendano le partenze verso l’Italia. Per di più, non tanto la rotta libica quanto quella tunisina sembra la più pericolosa sotto questo aspetto. Dalla Tunisia si continua a partire e se nel 2017 quello di presunte infiltrazioni jihadiste sui barconi è un allarme potenziale lanciato dal procuratore di Agrigento Patronaggio e dall’interpol, nei mesi scorsi diversi blitz in Sicilia scoprono le attività degli scafisti che portano nel nostro paese personaggi sospettati di simpatie verso l’Isis.

Gente che scappa dal carcere in Tunisia e che giunge in Sicilia a bordo di gommoni sicuri e veloci: 3 od al massimo 4 ore di viaggio per entrare in Europa e sottrarsi alla giustizia tunisina. La rotta da questo paese nordafricano, la più usata dai trafficanti nell’ambito dei cosiddetti “sbarchi fantasma“, appare la più rilevante sotto il profilo dell’allarme terrorismo. Un altro problema invece, riguarda la radicalizzazione in carcere: il tunisino Anis Amri, giunto a Lampedusa senza dare mai l’aspetto di essere un ragazzo dedito ai precetti religiosi, subisce proselitismo nelle carceri siciliane dove è rinchiuso per reati minori. Anis Amri è il caso più eclatante: si tratta dell’attentatore di Berlino del 19 dicembre 2016, ucciso pochi giorni dopo dalla Polizia italiana a Sesto San Giovanni.

Ma quello del reclutamento in carcere di potenziali terroristi, è un problema che in Italia ha radici molto profonde. Domenico Quaranta, il cui nome adesso dice poco o nulla a livello mediatico, è il primo radicalizzato all’interno di un carcere italiano ed il caso risale addirittura a primi anni 2000. Lui, una vita trascorsa a Favara, in provincia di Agrigento, è rinchiuso dentro la casa circondariale proprio della città dei templi quando si converte all’Islam e tra il 2001 ed il 2002 piazza ordigni in Sicilia e dentro il metro di Milano. Spesso la poca personalità e la poca cultura fanno, specialmente di diversi giovani di origine magrebina rinchiusi in Italia, fanno di diversi ragazzi terreno fertile per il proselitismo jihadista.

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