Il terrore viaggia su Telegram: è qui che, soprattutto nelle ultime settimane, sono emerse le chat usate dai jihadisti per comunicare tra loro. Conversazioni, scambio di informazioni e di foto, indicazioni su dove andare ed a chi rivolgersi: sono tante le indagini degli ultimi mesi che, soprattutto all’estero, hanno mostrato come i miliziani dell’Isis in medio oriente usino Telegram e le chat di gruppo di questo social.

Le chat dei jihadisti rinchiusi nel Rojava

Inchieste passate che ben si sposano con la strettissima attualità. È quanto emerge ad esempio in un articolo del Corriere della Sera dello scorso 16 ottobre, a firma di Marta Serafini. Nel suo reportage, si fa riferimento ad un canale di Telegram aperto a fine settembre per aiutare i jihadisti presenti nel nord della Siria e sotto la custodia delle forze filo curde delle Sdf. Tra di essi, ci sono quindi miliziani che hanno combattuto nel nord del paese, così come nelle province di Deir Ezzor e Raqqa e nell’ultimo bastione di Baghouz. Nella chat sono presenti molti uomini, ma anche donne: alcune di loro sono vedove dei jihadisti, altre sono state combattenti, molte hanno al seguito i propri figli costretti a subire il carcere.

E sulla chat di Telegram infatti, alcune di loro postano immagini di bambini che nel campo di Al Hol, uno dei più importanti del Rojava, pregano sotto il sole con i commenti che parlano delle ingiustizie relative al mantenimento di minori dentro i campi per prigionieri. Non solo Al Hol, ma anche Al Hasakah, Al Roj, Ain Issa, sono diverse le prigioni controllate dai curdi dove da mesi sono rinchiusi centinaia di combattenti e di donne “spose” del califfato. Molte e molti di loro, per l’appunto, sono all’interno della chat di Telegram segnalata e seguita da Marta Serafini. Si parla molto, tra i jihadisti, delle condizioni di vita, di quanto sta accadendo dentro i campi. A serpeggiare è l’audio del califfo Al Baghdadi, che il 16 settembre scorso ha promesso la liberazione di tutti i detenuti dell’Isis.

Si parla anche della mancanza di cibo, dei trattamenti ricevuti e di una generale condizione che secondo i vari prigionieri deve essere cambiata aspettando la liberazione da questi campi. In tal senso, ad emergere sono anche minacce ai curdi ed alle varie forze che hanno sconfitto il califfato. Il quale, a giudicare da queste chat, appare tutt’altro che morto ed arreso.

I pericoli derivanti dalle avanzate della Turchia

Dal 9 ottobre, all’interno della chat di Telegram improvvisamente lo scenario sembra cambiare. Non più solo foto di prigionieri e dei vari campi di detenzione, ma anche immagini scattate all’esterno di queste strutture, con donne che orgogliosamente mostrano di essere fuori da quei luoghi definiti come vero e proprio inferno. Tutto questo grazie ai bombardamenti turchi iniziati nel Rojava proprio in quel giorno. Segno di come i raid di Ankara in alcune occasioni abbiano aiutato i jihadisti a fuggire. “Incitiamo le sorelle di Ain Issa a fuggire. Ma non fidatevi di chiunque, solo dei fratelli”, si legge in una frase postata sul gruppo di Telegram. Ed è questo il pericolo maggiore che in tanti hanno sottolineato in questi giorni: bombardamenti e combattimenti, potrebbero portare alla liberazione di numerosi miliziani jihadisti presenti dentro i vari campi nel nord della Siria.

Ma questa situazione fa risaltare un altro problema, questa volta tutto europeo: all’interno di queste prigioni, sono tanti i foreign fighters, tanto che nelle varie strutture nei mesi scorsi i curdi dedicano loro apposite sezioni. Sono cittadini europei che potrebbero (e dovrebbero) essere processati nel vecchio continente, prima che tornino sì a casa ma come aspiranti terroristi. Un problema che Donald Trump ha definito unicamente europeo: “Che vadano a prenderseli”, ha affermato il presidente Usa rivolgendosi ai capi di governo europei. Secondo molte segnalazioni dei vari gruppi di intelligence, alcuni di loro sarebbero già verso la via di casa.

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