Il Regno Unito è uno dei paesi europei più colpiti dal fenomeno del terrorismo di stampo jihadista, e la situazione è ulteriormente complicata dall’apparente fallimento dei programmi di de-radicalizzazione e dagli ultimi numeri sui sorvegliati speciali rilasciati dall’agenzia nazionale per la sicurezza ed il controspionaggio, il MI5.

Raddoppiano i sorvegliati speciali

Il 2017 è passato alla storia come l’anno nero del terrorismo islamista per la Gran Bretagna: 125 persone sono state arrestate per reati di terrorismo e 150 sono state private della cittadinanza per la stessa ragione, in media è stato sventato un attentato al mese, ed è stato registrato il numero più elevato di vittime in attacchi mortali dell’intero Vecchio Continente, ossia 36.

È stato l’anno della strage alla Manchester Arena, 23 morti e 250 feriti, dell’attacco al London Bridge, 8 morti e 48 feriti, e dell’assalto a Westminter, 5 morti e 49 feriti, e del massacro sfiorato nella stazione di Parsons Green, 30 feriti.

Quell’anno, secondo le stime fornite dal MI5, erano 23mila i sorvegliati speciali per attività terroristiche o perché presumibilmente radicalizzati. 3mila rientravano nella categoria dei cosiddetti “soggetti di interesse” (SOI, subjects of interest) e dei fascicoli investigativi erano all’epoca aperti nei loro confronti, 20mila erano invece monitorati poiché sottoposti in passato a procedure penali, o indagati, ed indicati come elementi a rischio. Salman Abedi, l’attentatore della Manchester Arena, rientrava nella seconda categoria.

Dal 2017 ad oggi la situazione non è migliorata, perché l’ultimo rapporto del MI5 ha rivelato che la lista dei soggetti di interesse e degli elementi a rischio è raddoppiata: sono, infatti, aumentati a 43mila i sorvegliati speciali dall’agenzia di spionaggio, ed il rischio per la sicurezza nazionale è sempre più elevato, anche perché i programmi di reinserimento sociale per i jihadisti non sembrano funzionare e l’aumento dei detenuti per terrorismo islamista nelle prigioni britanniche (erano 173 a settembre 2019) contribuisce ad alimentare il circolo vizioso della radicalizzazione.

Le autorità hanno adottato delle soluzioni tampone per contrastare il secondo fenomeno, creando dei sistemi di isolamento per separare i “detenuti influenti” da quelli ritenuti più vulnerabili alla radicalizzazione, ma nessun effetto significativo è stato prodotto: la segregazione, tendenzialmente, consolida il fervore ideologico dei primi, mentre i secondi possono essere facilmente “intrappolati” dai loro circoli d’amicizie e dai predicatori estremisti una volta terminata la reclusione. È il caso, ad esempio, di Sudesh Amman, che il 2 febbraio di quest’anno ha accoltellato due persone a Streatham (Londra) all’indomani della sua uscita di prigione, e il cui processo di radicalizzazione era andato avanti nonostante le misure implementate dalle autorità carcerarie.

La de-radicalizzazione funziona?

London Bridge, 29 novembre 2019. Un giovane cittadino britannico di origini kashmire, Usman Khan, accoltella cinque persone, due delle quali mortalmente. È l’ennesimo attentato jihadista compiuto nel paese ma, questa volta, la scoperta di un elemento sul passato di Khan contribuisce a sollevare un dibattito particolarmente vivace.

Khan, che aveva alle spalle una condanna a 16 anni per terrorismo, scontata a metà, nel corso della detenzione aveva seguito e concluso due programmi di de-radicalizzazione; e, a colpire, è proprio il fatto che il suo caso fosse stato ritenuto un “successo” dall’università di Cambridge, titolare di uno dei due progetti, e che il suo volto fosse divenuto sinonimo di reinserimento e riabilitazione.

“Vorrei partecipare a questo corso per provare alle autorità, alla mia famiglia e alla società che non ho più le stesse opinioni di prima del mio arresto. Allora ero immaturo, mentre ora sono molto più maturo e voglio vivere come un buon musulmano e un buon cittadino britannico”.

Al momento dell’attentato, Khan stava prendendo parte ad un convegno sul tema del recupero sociale dei detenuti, organizzato dall’università di Cambridge. Come Khan, anche Ahmed Hassan, l’autore della strage sfiorata nella stazione di Parsons Green, era stato sottoposto ad un programma di de-radicalizzazione prima di compiere l’attentato.

I loro casi hanno contribuito a riaccendere i riflettori sui programmi di recupero per jihadisti, che sono in larga parte sovvenzionati con fondi governativi, e sulla loro effettiva utilità. Nel Regno Unito, Gran Bretagna in particolare, c’è un piccolo esercito che si muove nell’ombra e pianifica stragi, le cui dimensioni sono aumentate negli ultimi anni, e la sicurezza nazionale non potrà essere tutelata se non trovando la risposta giusta alla de-radicalizzazione e, soprattutto, eliminando le ragioni sociali che la rendono possibile.

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