Lo Stato islamico avanza nel Sahele si riunisce sotto la guida di Adnan Abu Walid al-Sahraoui, prima membro di Al Qaeda e ora, dopo aver giurato fedeltà al Califfato, sotto le bandiere nere. Ieri, le due rivendicazioni di attentati da parte del gruppo che guida, e riportate dal sito di notizie della Mauritania, Nouakchott News Agency, hanno certificato quello che le intelligence mondiali già avevano ben chiaro: dietro l’attacco contro le truppe francesi di giovedì e dietro l’attacco che uccise quattro berretti verdi Usa in Niger, ci sono loro. La notizia è di fondamentale importanza perché mostra come la questione del terrorismo islamista in Africa, soprattutto nella regione del Sahel, diventi a questo punto prioritaria. Come riporta il New York Times, i dettagli dell’attacco alle forze americane rimangono oscuri, e i membri della pattuglia sopravvissuti all’attacco hanno fornito resoconti contrastanti. Non è chiaro se la pattuglia sia stata semplicemente vittima di un’imboscata, o se sia stata attaccata dopo aver ricevuto l’ordine di sostenere una missione antiterrorismo separata (e clandestina) contro i militanti islamisti nell’area. Nella sua dichiarazione inviata al sito web mauritano, già noto per essere stato l’interlocutore privilegiato delle rivendicazioni dei terroristi che operano in quell’area del mondo, il gruppo di Sahraoui ha anche rivendicato la responsabilità di un attacco a un convoglio di truppe francesi in Mali e che ha lasciato tre feriti ma per fortuna nessun morto. Due rivendicazioni che dimostrano la forza che hanno assunto questi combattenti nell’arco degli ultimi anni.

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La portata dei legami di Sahraoui con lo Stato islamico non è chiara. Il sito web che ha pubblicato la dichiarazione del gruppo è stato sempre la cassa di risonanza dei terroristi legati ad Al Qaeda e non allo Stato islamico. E gli analisti adesso si domandano quale sia il legame della cellula che ha colpito con la cellula-madre. “C’è molto che non sappiamo su come quest’operazione si ricolleghi alla ‘nave madre’, qual è il tessuto connettivo?” si chiede Thomas Joscelyn, senior fellow presso la Foundation for Defense of Democracies a Washington. “Ci sono molte possibilità e molti fattori in gioco”. Insomma, anche gli analisti americani navigano nell’ombra. E, in effetti, la rivendicazione lascia perplessi, sia per l’agenzia cui è stata consegnata, sia per la tempistica. L’attentato contro i francesi dell’operazione Barkhane è avvenuto giovedì scorso e la rivendicazione è stata praticamente istantanea, essendo stata inviata venerdì. Ma l’operazione contro le forze americane in Niger è avvenuta a ottobre e, pur ammettendo che l’area colpita sia praticamente esclusa da ripetitori che possano trasmettere messaggi e comunicazioni, è difficile credere che l’Isis non abbia avuto i mezzi per comunicare con l’esterno in questi mesi. C’è chi ritiene che questo ampio lasso di tempo sia dovuto a problemi tecnici legati alla perdita di territorio in Siria e Iraq e dunque delle sedi da cui veniva svolta l’opera di propaganda. Ma è difficile pensare che non vi fossero mezzi per rivendicare l’attacco alle agenzie africane. E l’attacco ai soldati americani in Niger resta ancora avvolto nel mistero anche per lo stesso Pentagono, che non ha mai svelato a sufficienza i retroscena.

Il mistero di questo rallentamento nella rivendicazione potrebbe anche essere frutto del passaggio di Sahraoui da Al Qaeda allo Stato islamico. Un cambiamento di bandiera che sembra abbia anche scatenato disordini e scontri a fuoco fra le diverse fazioni, tanto che si credeva che anche lui fosse stato colpito durante una sparatoria. Tutto a dimostrazione dell’importanza di questo passaggio, tutt’altro che secondario nello scacchiere terroristico del Sahel. Sahraoui si unì ad Al Qaeda nel 2010 e divenne molto presto luogotenente di Abdelhamid Abu Zeid, leader di Al Qaeda nel Maghreb e a capo della cellula che rapì Maria Sandra Mariani il 2 febbraio del 2011 nel sud dell’Algeria. Si separò da Al Qaeda nel 2012, dopo che gli jihadisti presero la maggior parte del Mali settentrionale e divenne leader di un gruppo jihadista terzo. Poi, nel maggio 2015, ha giurato fedeltà ad Abu Bakr al-Baghdadi, ma le dichiarazioni di Sahraoui non mai state inserite nei media dello Stato islamico, neanche la rivendicazione di venerdì, che invece avrebbe dovuto possedere un’importanza decisiva nella guerra del terrorismo. Un’assenza mediatica che molti ritengono sia frutto di diffidenza dell’Isis nei confronti di Sahraoui, o di una sua posizione peculiare e indipendente. Adesso, non solo rivendica gli attentati alle forze occidentali, ma la sua organizzazione ha annunciato che “unirà le forze” del terrorismo islamico locale per combattere contro le truppe dei Paesi che formano la forza del G5-Sahel (Mali, Niger, Mauritania, Ciad e Burkina Faso) e quelle occidentali che la supportano (Francia, Germania e Italia, con l’appoggio degli Stati Uniti). Un messaggio che l’Italia non può sottovalutare, visto che invierà alcune centinaia di uomini nell’area. Come riporta Il Sole 24 Ore, il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano, ha detto che la missione “avrà il compito di addestrare le forze nigerine e renderle in grado di contrastare efficacemente il traffico di migranti ed il terrorismo”. Ma saremo in guerra. I terroristi non sembrano fare distinzioni fra chi addestra e chi opera in battaglia.

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