La caduta della moschea di al-Nouri ha segnato un punto di non ritorno nella narrazione internazionale della guerra allo Stato Islamico. Per la prima volta, qualcuno ha parlato di “Isis sconfitto”. Una frase che tutti volevano sentirsi dire da anni, e che la caduta del luogo simbolo del Califfato, lì dove Al-Baghdadi si autoproclamò califfo dello Stato Islamico, sembra aver confermato. Se però c’è un insegnamento da trarre dalla guerra allo Stato Islamico, è che ci troviamo di fronte a un nemico ben più complesso di una forza regolare con cui si confronta.

Il Califfato verrà mai sconfitto secondo te?

Il Califfato è quanto di più malleabile e intercambiabile si potesse creare nel Ventunesimo secolo, un soggetto internazionale che può crearsi e ricrearsi in ogni luogo in cui vi siano le condizioni e in cui l’essere uno Stato è in realtà soltanto una dicitura formale. La caduta di Mosul e dell’Iraq è quindi in realtà una tappa, l’ennesima, di una guerra logorante che potenzialmente potrebbe anche essere interminabile, perché il brand – di questo si tratta – creato dal sedicente Stato Islamico, è un qualcosa di assolutamente convertibile, camaleontico, che non conosce sconfitta fintantoché esiste un territorio in cui povertà, islamismo radicale e traffici illeciti possano creare la miscela perfetta.

Da questo punto di vista, la perdita di terreno dell’Isis in Siria e Iraq rappresenta sicuramente una perdita di flusso di denaro, di pozzi petroliferi, risorse idriche e logistiche con cui il Califfato ha potuto dare stabilità al suo regno del terrore. Tuttavia, è anche vero che la perdita di territorio non avviene, come sembra, né avendo come contraltare la perdita di attrazione dell’Isis né la riconquista effettiva del campo di battaglia da parte delle forze regolari degli eserciti di Damasco e in parte di Baghdad. Ed è importante sottolineare questo dato al fine di ricordare come in realtà la guerra stia certamente avendo una svolta, ma non si è affatto segnata una fine o l’inizio della fine.

Da parte dello Stato Islamico, in generale, esso sicuramente sta ricevendo duri colpi in termini di supporti e di rifornimenti. La perdita di terreno equivale, come detto, alla perdita di enormi fonti di ricchezza. Va però ricordato come Daesh sia nato non attraverso la semplice ribellione e conquista di territori: i finanziamenti provenienti da regimi amici, gli appoggi politici e militari sono stati la base da cui è partita poi la presa di possesso sul campo. Quei regimi esistono ancora, così come quei flussi di denaro e non sembrano intenzionati a cambiare politica.

Dall’altro lato, mentre nasceva il Califfato “territoriale” di Iraq e Levante, proliferava un Califfato oscuro nelle profondità di internet che ha permesso di far arrivare il messaggio radicale e criminale di Al-Baghdadi in ogni parte del mondo. Quel messaggio si è trasformato in terrorismo in Europa occidentale, come dimostrato dai continui attacchi che subisce il nostro continente, ma anche in nuove frontiere del Califfato come avvenuto nelle Filippine e come sta avvenendo in ogni parte del mondo dove esistono i presupposti per una rivisitazione dell’Isis, che può essere il Sahel, il Nordafrica o l’Asia Centrale. A queste strutture che già esistono, si uniranno, se non già presenti, i foreign fighters in arrivo dal Medio Oriente di ritorno nei loro Paesi natii. Paesi che hanno di loro una struttura fragile, resa quasi inesistente dalla Primavere Arabe o da endemiche situazioni di corruzione e carenze di vario genere, e che potrebbero trovarsi nella condizione di convivere con migliaia di soggetti radicalizzati, addestrati alle armi e pronti a combattere per il jihad.

A questa condizione di assoluta incertezza e possibilità di alternative dello Stato Islamico, c’è poi la certezza che il vuoto lasciato dal Califfato ha già soggetti in grado di occuparlo. Il terrorismo islamico, in questo senso,  potenzialmente illimitato. Al Qaeda è un esempio classico di come una struttura terroristica possa essere tranquillamente dormiente per alcuni periodi, o quasi scomparire in determinate aree, per poi riapparire in varie forme più o meno chiare. In Siria, Al Qaeda è presente dall’inizio della guerra civile, quando ancora non era chiaro esattamente cosa fosse questo conflitto e cosa fosse questo sedicente Stato Islamico in Iraq. In alcuni periodi, l’ostilità è stata formidabile, tanto da arrivare a feroci scontri fra le fazioni legate all’una o l’altra organizzazione terroristica. In alteri periodi, invece, vi è stata una sorta di compromesso, per puro utilitarismo, che permesso la sopravvivenza di entrambi. Jahbat Al Nusra è in questo frangente l’emblema di questo confronto. Il punto centrale è che, in caso di sconfitta del Daesh, attualmente concretizzabile in Siria e Iraq, non è assolutamente detto che venga sconfitto il terrorismo internazionale di matrice islamica nell’area mediorientale: ne viene sconfitta una sua manifestazione, che è appunto il Califfato. In questo senso, la lotta a Isis potrebbe essere paradossalmente anche controproducente: da una parte lo Stato Islamico sarebbe impossibile da individuare geograficamente; dall’altro lato, altri gruppi terroristici rivali, come Al-Qaeda, o con libertà di movimento come quello del Sahel, avrebbero una capacità di manovra molto più ampia. Senza contare i foreign fighters di ritorno, vero cancro dell’Europa e del Nordafrica.

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