Il Sinai vive da molto tempo la propria personale guerra contro lo Stato Islamico. Qui, all’interno dell’Egitto, in una delle terre sacre delle tre grandi religioni monoteiste nate nel Medio Oriente, il Califfato continua a mietere vittime ed impegna le forze di sicurezza egiziane in un conflitto logorante per debellare ogni forma di terrorismo nel proprio Paese. Ma la notizia per Il Cairo e che non c’è più solo lo Stato egiziano a combattere questa guerra contro lo Stato Islamico: anche le tribù della regione si sono finalmente risvegliate contro i gruppi affiliati all’Isis, in particolare contro il Wilayat Sinai. Dalla fine di aprile di quest’anno, infatti, le tribù principali che vivono tra il Sinai e il confine con Israele hanno iniziato ad attivarsi per contrastare l’avanzata delle filiali del Daesh nella regione, allo scopo di frenare il collegamento tra il Nordafrica e il Medio Oriente.La prima di queste tribù a decidere di unirsi alla guerra delle forze di sicurezza egiziane è stata quella dei Tabarin. I leader tribali hanno inviato un comunicato in cui affermavano l’importanza di questa guerra contro la barbarie dello Stato Islamico, definendola contraria al loro ordinamento e soprattutto contraria alla moralità e alla civiltà islamica. La tribù è così passata all’azione, attaccando i miliziani di Wilayat Sinai nella provincia di Ajraa. Uccidono otto membri del gruppo terroristico e ne catturano altri tre, tra cui uno dei capi dell’organizzazione, Asaad Al Amarin. La risposta delle milizie islamiste non si è fatta attendere: pochi giorni dopo, un commando di terroristi affiliati al Califfato ha ucciso a colpi di mitra un cristiano nella città di El Arish. Un messaggio rivolto a tutti gli abitanti del Sinai, alle sue tribù e ai suoi cristiani.Dall’inizio di maggio altri clan del Sinai hanno deciso di seguire il modello dei Tabarin, unendosi alla guerra al Daesh della tribù che per prima aveva deciso di schierarsi contro il Califfato. Un fronte tribale, instabile, che getta ulteriori dubbi e perplessità in una guerra, come quella nel Sinai, dove è difficile comprendere la relazione fra il governo del Cairo e questi gruppi paramilitari della regione. Chiaramente per ora il fatto di avere un supporto armato in una regione così difficile anche sotto il profilo logistico, aiuta le forze governative impegnate sul fronte. Solo esperti del luogo, nativi, persone avvezze alle parti più impervie della zona sanno come districarsi e confrontarsi con i jihadisti che sono penetrati al suo interno. Ma il rischio è che ora, da nord a sud del Sinai, nascano bande tribali che, una volta sconfitto l’Isis, possano poi fare fronte comune nella guerra contro lo Stato.Il governo del Cairo, proprio per questo motivo, non ha accolto favorevolmente il fatto che questi clan imbraccino le armi. Sono sicuramente un aiuto, ed infatti tollera questa situazione per rendere più agevole la guerra logorante contro i gruppi terroristici affiliati allo Stato Islamico. Tuttavia, non è da escludere che questa situazione possa tramutarsi in un altro rischio per il governo di Al Sisi, che si troverebbe una regione fondamentale come il Sinai prima in preda ai terroristi del Califfato e poi in mano a tribù armate e radicate sul territorio. Proprio per questo motivo, molti delle forze di sicurezza egiziane sperano che le tribù, in particolare i Tabarin, imbraccino le armi insieme all’Esercito, senza intervenire in modo autonomo in una guerra unilaterale contro i miliziani del Daesh. Il Cairo non ha mai nascosto che questi gruppi siano un rischio per la stabilizzazione del Paese, ma ora lo è di più il pericolo jihadista, che uccide non solo i cristiani copti ma anche tutti coloro che sono considerati vicini all’esercito nazionale ed ai clan legati allo Stato.La questione del Sinai rappresenta un punto fondamentale dell’agenda del governo di Al Sisi, che ha deciso di prendere ogni azione adeguata per debellare definitivamente questo traffico di armi e miliziani dell’Isis sul proprio territorio. Il Sinai è ormai diventato un crocevia di terroristi di cui soltanto una minima parte proviene dall’Egitto, mentre la maggior parte valica le frontiere e giunge dal Nordafrica così come dai territori in cui si è radicato il vero e proprio Stato Islamico. Una terra cruciale per la stabilità di tutta la regione mediorientale, se si pensa che a pochi chilometri c’è la frontiera con Israele, la Striscia di Gaza, c’è il Canale di Suez, e, soltanto superando il golfo di Aqaba, si raggiunge direttamente l’Arabia Saudita e la Giordania. Un’area fondamentale per tutti, soprattutto per l’Egitto, dove le tribù possono essere un prezioso alleato, ma anche un rischio per un governo che vuole riuscire a controllare definitivamente tutto il territorio del proprio Stato.

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