L’operazione avallata dal presidente degli Stati uniti Donald Trump che nelle scorse ore ha ucciso Qassem Soleimani, leader dei Pasdaran e guida delle brigate Al Quds, in territorio iracheno, potrebbe portare a un’escalation molto pericolosa fra Stati Uniti e Repubblica Islamica che potrebbe favorire i terroristi dello Stato islamico. È l’analisi della rivista americana Foreign Affairsa firma Ilan Goldenberg, direttore del Middle East Security Program presso il Center for a New American Security, che boccia senza appello la strategia dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran. “L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump – osserva Foreign Affairs – sostiene che Soleimani fosse un terrorista e che assassinarlo fosse un’azione difensiva che ha fermato un imminente attacco”. Entrambe queste affermazioni possono essere o non essere vere, sottolinea, “ma gli Stati Uniti non si sarebbero mai sentiti in dovere di agire contro il generale iraniano se non per la politica sconsiderata che l’amministrazione ha perseguito da quando (Trump) è entrato in carica”.

L’uccisione a Baghdad di Qassem Soleimani porta con sé numerosi quesiti, innanzitutto sulla presenza degli Stati Uniti in Iraq e sulla sicurezza stessa delle truppe americane. Il problema, sottolinea Foreign Affairs, è che l’operazione condotta dagli Usa rappresenta una grave violazione nei confronti del governo iracheno: “Se una presenza americana in Iraq sia ancora praticabile rimane una domanda aperta. La situazione della sicurezza, che ora è certamente complicata, non è l’unico problema. L’assassinio è stata una violazione così estrema della sovranità irachena – fatta unilateralmente, senza il consenso del governo iracheno – che i funzionari iracheni subiranno un’enorme pressione politica per espellere le forze statunitensi”.

“A beneficiarne potrebbe essere lo Stato islamico”

Secondo il Daily Sabah, la Nato e gli stati membri della coalizione che combattono Daesh hanno annunciato la sospensione dell’addestramento delle forze di sicurezza irachene nel mezzo alle crescenti tensioni tra Usa e Iran per via dell’assassinio di Soleimani e ora in Iraq molti temono che i terroristi jihadisti potrebbero approfittare della situazione. Secondo quanto riportato da Gulf News, un numero considerevole di islamisti stanno tornando a rimpolpare le fila della formazione terroristica: per i funzionari dell’intelligence cruda, ci sarebbero tra i 4mila e i 5mila combattenti di Daesh in Iraq, con altrettanti simpatizzanti.

Secondo Lahur Talabany, un alto funzionario curdo, hanno aderito anche ex terroristi di al-Qaida, tra i più abili ed esperti.  “Hanno tecniche migliori, tattiche migliori e molti più soldi a loro disposizione”, ha spiegato alla Bbc. “Sono in grado di acquistare veicoli, armi, forniture alimentari e attrezzature. Tecnologicamente sono più esperti. È più difficile stanarli. Quindi, sono come al-Qaida con gli steroidi”. Come spiega Foreign Affairs, ora gli Stati Uniti si trovano a gestire una situazione drammaticamente complessa: “La missione di contrastare l’Isis continua a destare preoccupazione e se gli Usa saranno costretti a lasciare l’Iraq, tale sforzo potrebbe subire un duro colpo. L’Isis mantiene una sua presenza clandestina e potrebbe trarre vantaggio dal caso di un ritiro americano o di un conflitto tra Stati Uniti e Iran”.

“L’Iran potrebbe accelerare il suo programma nucleare”

Tra le possibili ripercussioni che gli Usa potrebbero dover affrontare nell’immediato futuro, non solo in Iraq, c’è anche la questione nucleare. Dopo la morte di Soleimani, scrive Foreign Affairs, e dopo che gli Usa hanno abbandonato l’accordo sul nucleare iraniano nel maggio 2018, esercitando sul Paese la “massima pressione”, l’Iran “ha iniziato a violare progressivamente l’accordo facendo piccoli passi ogni 60 giorni. La prossima finestra di 60 giorni termina la prossima settimana ed è difficile immaginare una moderazione sulla scia della morte di Soleimani”. Come minimo, sostiene la rivista americana, “l’Iran ricomincerà ad arricchire l’uranio al 19,75%, un passo significativo verso l’uranio di grado militare. Di recente ha minacciato di andare ancora oltre allontanandosi dal Trattato di non proliferazione nucleare o cacciare gli ispettori”. Una mossa  che risultava improbabile, almeno fino a pochissimi giorni fa.

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