La Somalia continua a essere terreno di scontro fra le forze Usa e il terrorismo islamico. Soltanto negli ultimi due giorni, le truppe americane hanno annunciato di aver condotto tre raid aerei contro obiettivi delle forze terroristiche di Al Shabaab e dello Stato islamico. Il comando delle forze americane in Africa (Africom), come riportato da Agenzia Nova, ha parlato di “un primo raid condotto sabato scorso vicino a Gado, 400 chilometri a sud ovest di Mogadiscio, per colpire i responsabili di un attacco a un convoglio Usa in Somalia. Un secondo raid è stato condotto ieri mattina (12 novembre NdR.) contro gli Shabaab a 65 chilometri da Mogadiscio, mentre il terzo nel Puntland contro lo Stato islamico”. Gli attacchi aerei contro le forze terroristiche della Somalia s’inseriscono nel quadro di un’azione di più ampio respiro svolta dalle forze Usa che hanno ricevuto già a marzo l’autorizzazione del presidente Trump nei confronti del dipartimento della Difesa per svolgere attacchi contro Al Shabaab. Un’autorizzazione ricevuta dallo stesso governo somalo, che conta sull’aiuto dell’Unione africana e degli Stati Uniti per sconfiggere il cancro jihadista in tempi più o meno brevi.

Obiettivo non facile, quello del governo di Mogadiscio, nonostante l’ottimismo del portavoce del governo, Abdirahman Osman, che ha parlato di un al Shabaab sconfitto “sul piano militare”. La sconfitta sul piano militare – tra l’altro tutta da dimostrare – equivale, infatti, a un’esplosione dell’azione terroristica che coinvolgerà evidentemente la popolazione civile. E già si sono avuti i primi segnali con gli orrendi attentati di Mogadiscio delle ultime settimane, che secondo l’intelligence somala potrebbero essere legati alla presenza turca nel Paese in supporto al governo. In questo difficilissimo contesto, s’inserisce la missione Usa nel Paese: una missione che però assomiglia tragicamente a tutte le campagne militari degli Stati Uniti contro il terrorismo e che rischiano di trasformarsi in guerra senza fine che non hanno nulla di risolutivo. E questo non è solo un problema della Somalia, ma di tutta l’Africa, che sta assistendo a un crescente interessamento americano sul fronte della lotta al terrorismo.

Gli Stati Uniti, negli ultimi anni, agiscono quasi sempre con lo stesso copione, come ha spiegato anche come sostenuto da Jonathan Marshall per The National Interest. Iniziano con operazioni chirurgiche delle forze d’élite, nel frattempo muore tragicamente qualche soldato Usa, il comando invoca l’intervento di bombardamenti aerei anche attraverso l’uso di droni, lo scontro s’intensifica e, infine, ottenuto poco da tutto questo, chiedono al presidente l’autorizzazione all’invio di un numero di truppe maggiore che garantisca la possibilità di vincere. In questo periodo, i terroristi non perdono, ma anzi, aumentano, i civili muoiono e gli Usa perdono soldi, credibilità e, il più delle volte, la vita di decine di ragazzi inviati in guerra che il popolo americano non comprende (e il voto a Trump significava anche questa perplessità dell’opinione pubblica verso la politica estera). Da quando il presidente Trump è entrato nella Casa Bianca, l’impegno delle forze speciali statunitensi è aumentato sensibilmente, causando addirittura problemi di fondi e di stress ai reparti. Tuttavia, come appunto da copione, questo impegno delle forze speciali non è stato affatto risolutivo: Yemen, Somalia e Niger rappresentano tre esempi perfetti di quanto rischi di essere stato addirittura controproducente. In Yemen le forze legate ad Al Qaeda sono aumentate e i ribelli houti, vero obiettivo del comando Usa nella regione, hanno raggiunto un potenziale bellico notevole e in grado di assestare duri colpi alle strategia saudite. In Somalia al Shabaab ha imperversato per anni e ora, sullo sfondo di un confronto fra potenze del Golfo Persico e Turchia per l’influenza nel Paese, continua a mietere vittime e i raid Usa, dal 2007, hanno ucciso, secondo The Bureau of Investigative Journalism, tra le 350 e le 510 persone, fra cui anche decine di civili.

Quello che sta succedendo in Somalia e in Yemen potrebbe ripetersi anche in Niger, dove l’uccisione di quattro berretti verdi ha mostrato quanto sia serio l’impegno Usa nella regione. Il comando Usa ha già domandato alla presidenza, su richiesta anche del governo locale, di aumentare il numero di raid aerei nel Paese. Una richiesta che va di pari passo con lo stanziamento di reparti Usa in Congo, Camerun, Sud Sudan, Uganda e Repubblica centrafricana, e che, di fatto, sta creando l’esatto opposto di quanto si vuole fare. Il maggior impiego di bombardamenti Usa, coadiuvati dal governo locale, rende, infatti, più facile agli jihadisti reclutare persone, per lo più giovani, che vedono familiari uccisi o forze straniere occupare i loro territori. Non sono percepite come forze liberatrici, ma come forze che causano morte, forse anche più degli stessi terroristi. Un qualcosa di simile è successo già in Medio Oriente e Afghanistan, soprattutto quando le forze americane hanno sostenuto apertamente una fazione contro un’altra, e che ha condotto a una recrudescenza del terrorismo. Errori che potrebbero presto ripetersi in Africa, specialmente in quella subsahariana. Non serve colpire dall’alto il terrorismo, perché rischia di trasformare i loro capi in eroi e i miliziani uccisi in martiri. Serve un lavoro per sradicare il terrorismo partendo da cioè che devasta quelle popolazioni e che crea il terreno fertile per la via del jihad.

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